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Alessandrina

ouverture

Comunque, raggirarono anche Lui

costruirono aghi

con crune più che sufficienti

Questo viene detto in memoria

d'altra parte se ne considera l'inutilità

e una successiva risposta, e così via;

di certo c'è che mi rubarono tutto

e quello che non mi rubarono, lo gettai

 

CANTO PRIMO O LA QUESTIONE DELL'ACQUA PUTRIDA

E che la catarsi sia il pianto!

Questo è molto importante per noi;

così, dopo aver passeggiato con lei,

avendo commisurato l'antico e il nuovo

senza che ci si avvedesse di qualche differenza,

noi si ripeta le fatidiche parole:

" Ancella,

è putrida la tua acqua

perché possa dissetarmi"

e quindi ci si domandi

se quel che veniva appresso

fosse lecito toglierlo o no,

indice, questo, di maturità artistica

(nessuna illusione , era chiaro,

che poi sarebbe venuto qualche cretinetto

e avrebbe detto: maldestra opera di ciabattino

è questa: misconosce le più fondamentali regole)

forse fu l'età, forse fu l‘esperienza;

cioè, l'età no!

l'età in questi casi non conta

infine

fummo costretti a ricrederci

fu ai primi di Dicembre, anno triste

quello; non si sapeva di che vivere,

andammo a ripararci sotto un portone,

ci sloggiarono anche di là

non sapevamo dove andare, noi,

non ci avevamo mai creduto;

poi Lucio disse:" che be"a "

certo, fu l'esperienza, Laura e Simonetta

ci si affacciarono al cuore

e ci fu facile capire

No, di mezzo non c'è nessuna divina armonia

gli è che ci stiamo esaurendo;

abbiamo fallito. Très bien, abbiamo tentato!

 

CANTO SECONDO O DELLA DECADENZA PRESUNTA

Ho sognato che davanti la casa piantavano alberi, e si aggrappavano ai muri, e verdi e un mondo

mai visto.

Forse da oggi ritorna il trionfo!

Sono stati i figli a distruggerci - ha detto la zia - i malacondotta, come te.

L'odore era di fieno, per tante stanze che mai tante pensavo potessero stare insieme, come in ricordi, il dolore delle porte che non si volevano aprire - Nel 1778, Adalberto, il nipote, ottenne di portare il titolo di Marchese - "Sono stati i figli, tutti buoni a niente, a distruggerci, i malacondotta" Questa famiglia proviene dalla Svizzera, aveva un castello nel Trentino, col suo nome, poi che fu distrutto. . . . . . . . .- E' stata la malasorte che ci ha distrutto, lo zio...... " fu ricostruito in un altro luogo con lo stesso nome. . . . -"

Il germe e la miseria continuavano a scorrere più lentamente, mi guardavo intorno ,nella biblioteca lì accanto: Euclide : panta rei.

" Questi libri sono dell'AVVOCATO . . . . " L'odore era di fieno, gli androni chiaroscurali, la Morte.

 

CANTO TERZO O DELLA DOPPIA ESISTENZA

Mi era al pensiero come un muro altissimo contro cui cozzavo e mi era impossibile superare, mentre intanto il cervello cominciava il suo vortice, e lo afferravo tra le mani , a spappolarlo

cercavo di far uscire i pensieri dalla parte superiore del cranio, dalla fronte era come non esistessi più, e il pensiero si riduceva a ripetere meccanicamente frasi, e poi il mondo, gli stessi vecchi problemi, si erano allontanati, e, malgrado tutti i suoi discorsi, io mi sentivo tranquillo a vivere la mia apatia.

L'ora era ferma, e tra gli esseri che si muovevano vedeva larve. I due bambini passeggiavano per la strada, eleganti, discutendo come se l'età fosse matura, fermandosi di tratto in un angolo, in un gesto già provato, lasciando che il vento portasse via il fumo delle sigarette.

La verità ha forme che si nascondono per poter sopravvivere; sarebbe stato come dormire il pomeriggio e poi svegliarsi e non sapere , se è sera o mattina. Troppe cose straziavano la memoria. Quel mondo strano che gli era dentro e gli sfuggiva, cos'era? E se nascere avesse significato trovarsi di colpo e non capire, e se morte fosse stata tutta la vita, e non l'attimo?

Si accorse di piangere e quei pensieri, che mille volte lo avevano tenuto, che mille altre volte lo avrebbero tenuto, e già erano fuggiti, erano il velo della sua ingenuità

Si alzò, con gesto informe tentò di cacciare i pensieri, gli occhi si fissarono a seguire le evoluzioni di una mosca. Uscì fuori, dietro la casa. Da quanto tempo non gustava la terra! Colse una rosa , la più vistosa che affiorasse dal roseto, gettò i petali in aria, chè lo ricoprissero.

 

Quale dei due comandava il gioco? Ché se si volgeva intorno , di colpo fuggiva, quello che lo fissava e gli impediva, anche di vivere; e lui glielo aveva detto allora --Julie, Julie ti amo -- e certo non si era illuso che potesse continuare quando lei gli disse le stesse cose, ché l'altro lo impediva, quello che lo conduceva per mano, nel buio.

Chi dei due stava pensando? Certo rispondendo all'improvviso balenio, quella sarebbe stata una vittoria; ma l'altro lo irrideva, gli si divertiva pazzamente intorno. Una vittoria, sì, quella sarebbe stata una vittoria. Si alzò di colpo, non curandosi nemmeno di togliersi il terriccio di dosso, scavalcò il muro.

La via domenicale si snodava, in lieve mormorio interrotto; quelli che non ebbero mai doppia esistenza, quelli che della doppia esistenza si irrisero, coi passi cadenzati, misuravano il tempo.

Ora si sarebbe immerso. Lo vide davanti a sé che sogghignava, e di colpo gli fu ignoto il clamore, e di colpo sconobbe occhi che lo avevano attratto, occhi in cui aveva sperato, e le case lontane che scorrevano, quasi invitanti, quasi sponde di fiume. . . .

 

CANTO QUARTO O DELLA SFALDATURA DEL CERCHIO E DELLE MARIONETTE

La mia preghiera le strisciò lungo i piedi, sino a lambirle l'orlo della veste, poi lentamente salì sino a baciarla. Non aspra giogaia, ma lieve degradare di colli, quello che l'orizzonte offriva; qui sarebbe bello pensava, vivere come sospesi, essere e non capire, se è vita o morte.

La musica sembrava plasmarlo, i suoni pieni, dolorosi, della morte di Ansa, che tante volte avrebbe voluto udire su di sé e immaginava i gesti, il vecchio rituale già da tempo compiuto e il pianto, il vero pianto, sincero, poi il lieve dondolio, il mormorio interrotto e ancora il pianto, e prima dovevano abbigliarlo, e le mani distese ai fianchi o la corona. . . .

Lei si volse, come se qualcosa la impaurisse. Fu così che noi fummo di colpo proiettati nell'inesistente, la voragine si apriva più che noi arrivassimo, e la certezza di toccare il fondo anch'essa vacillava.

Io lo ricordo, quando partiva la mattina presto; roba fresca, roba rubata al sonno. Purtroppo, quando il cerchio si sfalda e non si può, porre rimedio, è allora che cade la cupola e poi che cadde la prima pietra, anzi per lungo tempo resistettero, poi il secondo e il terzo ma già da lungo tempo vacillava, e tutta la bellezza era svanita.

Dondolio lieve , questa sera, dondolio lieve, bisogna parlare, dire che oggi abbiamo vissuto. Un fatale destino incombe su di noi, siamo marionette date in mano all'assurdo, e neppure la testa in su ci è dato alzare , neppure sapere chi taglia i fili.

Se alzo la testa in su, inane sforzo, luce mi cerchia , e più in alto l'ombra, ciò che è nella luce lo posseggo, mi sfugge il resto, immaginarlo è assurdo; mi è data l'illusione di potere, che il cerchio d'ombra che in su mi cinge, io possa superarlo e possederlo, e nella volontà che a ciò mi piglia, a volte dimentico la luce; l'ombra è la vita , allora, e allora vivo, ciò che dell'ombra è morte;

Chi vive nella Luce mi sconosce, noi che siamo nell'Ombra non vediamo, si mette in dubbio la mia stessa esistenza, solo la morte vera ci dà vita.

 

CANTO QUINTO O NICCIANO

Cascate di luci

torrenti di suoni

ha sete di altezze la mia anima!

In alto in alto!!

E' straziante il mio grido d'amore

solo l'odio l'accoglie.

 

CANTO SESTO TA PROTIPA ( I MODELLI )

Così parlò e veloce, gettossi nella mischia il prode Achille, né lo atterrì di Pelìde il duro destino, né la non colta età, ché questo è il fiore di giovinezza: non avvedersi degli sforzi mal posti ; e molto combatté e molte, perdite addusse alle inimiche schiere, ché l'alta gloria spuntava, e non si avvide, oh lui tapino, oh lui nefandamente nato , che poi che morte decretava al puro al malinconico sconfitto la volontà di Era, nulla copriva più il sibilo di Paride. Di questo non si avvide e noi Greci, noi che lo avemmo eroe lo rimpiangiamo, e male pose la sua bellezza e male di tutto interpretò il segno, e già su di lui come avvoltoio, l'alto d'Omero carme ,aleggia, poi che di ciò si nutre il ricordo nei tempi.

Nel vuoto Ade il Piè-veloce impreca, nulla che lo abbagliò, ora è presente, né Oceanine lo cullano né dondolio di onde, ma di terra e sassi, nera notte lo avvolge. E piange il Divo Achille e pensa, a ciò che non conobbe alla tenera, età delle canizie, e già vecchio, tra i convitati sedere al convito, e dire allora della giovinezza, tra dolci motti i peana, alti elevati nell'insanguinata, piana di Troia, e dell'ira la notte e dell'inganno. Così pensa il divo Achille e né Teti scende a rincuorarlo, né furore di pugna lo avvince, ma certezza lo domina di un inganno ai danni di gioventù perpetrato, poiché tutto trascende il vivere, e nulla conta la gloria, nulla la ricchezza o la potenza, ma solo inganni ai giovani cuori sono, inganni a chi non fu educato.

Ciò lo ingannò e noi Greci, seguaci di molte scuole qui riuniti, in omaggio di morte, commiseriamo, la sua breve esistenza, e tutto ci sprofonda, s'eleva, su di noi il corrotto, pianto triste su di noi, amaro pianto, poi che nessuno poté dire ho vissuto, nessuno di noi e di nessuna Scuola, accogliere in totalità l'eterno sonno.

 

CANTO SETTIMO O DEI BEGLI OCCHI

Oppure ubriacarci e lasciare che tutto ci travolga, aggregarci anche noi al carrozzone, proprio nel mezzo, disperderci anche noi nel gregge; e anche una vita lunga a noi non servirebbe ma sarebbe, continuare l'agonia: " sei bella, e tu sola potresti sollevarmi, sotto la pioggia ti cercai e non curai , se il volto mio fosse disfatto, mi bastava guardarti e poi per ore, recitare poemi alla stanza vuota; e nulla contava il volto disfatto e nulla che la mente mia, nulla potesse pensare, senza contaminarlo.

Nessuna bellezza è in me, i miei pori sono covi di germi, io stesso ho obbrobrio della mia carne; non ho simboli, non ho altari su cui offrirti sacrifici,e non nutro illusioni su di te e non voglio che tu mi ami.

Sono solo. Si sono infilati i loro sudari e sono usciti frettolosi. Tarquinio ama girare di notte, dice di provare la sensazione dell'ultimo uomo; quando gli dissi di non recitare più, un guizzo di luce gli arrivò negli occhi stanchi, poi mi porse la sua opera, parole degnissime, dice lui, di vita eterna:

Mi si addice il nome che mi dai

lo sparviero solitario

ma non ghermisco altri che me stesso

che ne sai di me

del mio camminare di notte

strisciando lungo i muri come un serpente

e della paura

della paura che ha la mia ombra di me stesso

della paura

che non posso incutere agli altri

anche i fantasmi spariscono

quando io arrivo

ed è inutile che allarghi il mantello nero

e di me ridono le luci della strada

che ne sai di una larva d'uomo

che cerca solo l'autodistruzione

e la Morte gli cammina a fianco

e non lo uccide

perché è la sua amante.

Non ridere più del mio vestito

si addice il nero a noi

portatori di morte

Avergli detto che poesia non era né arte, lo ridusse già meno di quel che fosse, e fu la goccia.

Da allora non scrive più; dice che l'arte è un impoverimento della sua essenza, anzi mi accusa, dice che sono ipocrita, che noi dovremmo lentamente morire; dice che l'uomo, che noi, dovremmo dissolverci, e nulla deve rimanere della nostra eredità. Generalmente la sera stiamo in casa, si gioca a scacchi, qualunque cosa succeda e come non avvenisse, la stessa voglia

di cambiare ormai è scemata. Solo Lobo tentò dapprima una sortita, ora anche lui si raccoglie sulla sedia, ha gli occhi violetti e stanchi, ormai; la morte di Grace è stata un brutto colpo per noi, noi stessi siamo come seppelliti in questa casa. A volte andiamo a passeggiare, la notte, che nessuno ci veda e ci additi.

Tutte queste cose ed altre sono quelle che dissolvono la nostra vita.

Ti chiederai allora perché tu, tu che subito le facesti tappeto di ogni tua gentilezza, lei non ti guardò nemmeno , né ti accarezzò col lieve sguardo, mentre lui, l'amico tuo dai begli occhi, viso senza alcuna dolcezza, nulla di eccezionale che in lui fosse, lui fu l'adorato, a lui fu offerto l'incenso.

E' questo che mi sfugge o mio Fedro e questo che in ogni momento occupa la mia mente, il nome di quella Divinità che ci presiede, perché in questo veramente c'è qualcosa di divino.

Orbene, quand'anche io riuscissi a comprendere questa divinità, quand'anche la mente mia mi discoprisse il modo di essere io questa divinità, io, o mio Fedro, nulla farei perché le cose attuali fossero modificate, né io stesso desidero essere questa divinità. Quella contraddizione che è in noi , di anelare le alte vette e di rimpiangere la pianura, nasce dal desiderio e la paura, di gustare l'inespresso. In realtà, quello che tu credi un cammino irto di asperità reali, ha tra le sue giogaie, ostacoli invisibili.

La specchiera da lungo tempo ricoperta aveva perduto ogni desiderio. Stava là inerte, e la stessa stanza l'aveva ormai abbandonata.

Era come se tutto ormai non avesse forma, e il vociare intorno svanito di colpo , tu mi eri vicina, poggiavi la testa sulle mie spalle, ti staccavi, tornavi ad abbracciarmi.

Mi sono svegliato con le braccia che mi stringevano il petto, mi sembrava ancora d'avere in bocca i tuoi capelli, guardavo fisso l'invetriata e l'assurdo mescolìo di nero e bianco; si aprì di colpo e tu mi giungesti vicina come una vittoria alata, e le tue lebbra sulle mie, immobile, quasi a darmi il tuo respiro, e la tua carne cadeva, e tu restavi legata a me; poi risorgevi, riaprivi gli occhi, più bella, e nuovamente, le tue palme sulle palme delle mie mani, in croce, respiravi dentro me, poi la mia carne cadeva e tu legata a me non potevi sfuggirmi. Tornai carne, sentivo il frastuono del sangue, t'abbracciavo, e la luce bianca, sempre più bianca; la tua carne fuggiva e la mia; le mie ossa pressate sulle tue.

Mi hanno fatto una bara di noce, su un vecchio carretto mi hanno portato lontano, si raccontavano la mia storia, mi rivolto qui dentro , e inutilmente cerco, la posizione migliore per dormire; mi sento vuoto come il cielo di novembre, non mi ha dato gioia , oggi, il sole.

 

Canto ottavo Euripide o dell'Elegia Ciclica

Or dunque quale rifiuto spiegami che io possa opporre a tutto questo, pur rimanendo nel limite, invalicabile, a noi e a chiunque. E Morte dunque per conoscere, o la ridicola Morte nel limite anch' essa , di un senza senso e di passi labirintici che ci conducono e noi ad essi diamo la causa e solo ad essi. O in noi stessi ripiegati e nulla fuori di noi. Spiegami dunque questo labirinto dove ritrovo i miei rifiuti ché io non ho ali per volare e costruirle, sarebbe cosa vana, ché poi più in alto anelerei, per ricadere.

Perché noi siamo unici a crearci tali cose, e nulla di vivente oltre noi se le ammannisce, o le surroga al quotidiano vivere, alla copula, al pasto. Nostre, cose nostre, e solo nostre, cui noi diamo princìpi che noi stessi irridiamo, che pure diamo continuando a irridere, ridicoli nella forma, eppure unici, e pur vari tra loro e ben distinti.

O Morte e solo Morte dunque, per questo labirinto, o dubbi ancora su altri labirinti oltre la morte o nulla che essa e dunque limite. Limite infine. Ma questo ci distingue e nulla che questo spiegami che al Nuvolaio io dia una risposta, che non conosca repliche, un sofisma compiuto di cui non esista il contrappunto.

E lì, seduto sulla pietra di Atena, al terzo viandante disse tali cose; che fosse uno, finalmente uno, non guerriero poeta, non efebo cantore, ma uno; e il viandante, sedutosi d'appresso, non con lividi non con vestiti stinti, ma aitante invece e ben vestito, né occhio spento né acceso ma sereno, così rispose: " Or dunque quale rifiuto spiegami che io possa opporre a tutto questo pur rimanendo nel limite, invalicabile, a noi e a chiunque.

E Morte dunque per conoscere, o la ridicola morte nel limite anch'essa di un senza senso e di passi labirintici che ci conducono e noi ad essi diamo la colpa e solo ad essi: O in noi stessi ripiegati e nulla fuori di noi. Spiegami dunque questo labirinto dove ritrovo i miei rifiuti ché io non ho ali per volare e costruirle sarebbe cosa vana, ché poi più in alto anelerei per ricadere.

Perché noi siamo unici a crearci tali cose, e nulla di vivente oltre noi se le ammannisce, o le surroga al quotidiano vivere alla copula al pasto. Nostre, cose nostre e solo nostre, cui noi diamo princìpi che noi stessi irridiamo, che pure diamo continuando a irridere, ridicoli nella forma eppure unici, e pur vari tra loro e ben distinti. O Morte e solo Morte dunque, per questo labirinto, o dubbi ancora su altri labirinti oltre la morte o nulla ch'essa e dunque limite. Limite

infine.

Ma questo ci distingue e nulla che questo spiegami che al Nuvolaio io dia una risposta che non conosca repliche, un sofisma compiuto di cui non esista il contrappunto.

E lì seduto sulla pietra d'Atena, il terzo viandante disse tali cose, e lì rimase.

L'elegia si ripeteva e non poteva, porre rimedio.

 

CANTO NONO O DEL CORPO PURO E DELLA MENTE

"Voglio affidare tutto alla mente, voglio che tutto sia sceverato e di ogni cosa giunga a coglierne l'essenza "; l'altro lo guardava sospeso tra riverenza e riso; li avevano portati a quegli scalini passi rubati a chissà quale tempo, mentre parlava e s'accorgeva di non badare più a ciò che dicesse, il suo unico scopo era capire quali immagini destasse la parola, cercava il volto e glielo nascondeva, il gioco della lampada sospinta dal vento. " Ecco, io voglio di ogni cosa giungere alla conoscenza del molteplice, viverne le congiunzioni, andare al di là di congiunzioni e dissonanze" ; finalmente era riuscito a cogliere il volto , e per lui altro non si offriva che commiserazione.

Si fermò di colpo, voleva che il silenzio pesasse." Ciò che tu dici è grande, ed è molto importante che tu sia giunto anche solo a formulare tali cose" Parole di occasione certo, che ciò che lui pensava era questo; ora la sua strategia sarebbe stato costringere l'altro alla sua esaltazione; continuò: e non ho forza, ho paura e se sbaglio e se anche riuscissi, e se è tutto sbagliato ciò che penso".

Stava barando e non sapeva se stesse ingannando più se stesso che l'altro, ma l'altro aveva ceduto, le sue idee, le sue follie, sarebbero state accolte, l'altro era nelle sue mani, poteva condurlo; "qual'è l'Essenza di tutto ? Se io riuscissi a cogliere anche una sola Essenza, se io riuscissi a fermarmi. E avrei dovuto capirlo prima, quando tutto sembrava un gioco". L'altro era attento, badava alle sue parole. A Lucio sembrò necessario passare ad una esposizione logica, che non lo astraesse, che non fosse fredda , era questo il prezzo che doveva pagare a chi inspiegabilmente per caso lo aveva seguito. Oltretutto era un bene per lui, significava definire quei moti istintivi che lo guidavano, e di cui aveva la certezza, come di sogni.

Ripensò a quanto aveva fatto, a tutti i perché, a tutte le domande cui non aveva avuto la forza di rispondere e cominciò: " Tutto deve essere Razionalità e Razionalità significa posseduto; il Magico, ciò che esula dalla conoscenza mentale, non esiste; ogni esistenza implica in sè la conoscenza; nella determinatezza della vita è impossibile giungere alla esperienza totale, non resta che considerare questa conoscenza effettuata e viverne le estreme conseguenze; ecco, noi abbiamo vissuto tutto, abbiamo analizzato tutto, e tutto abbiamo sintetizzato; eppure qualcosa sfugge, qualcosa di cui abbiamo la certezza, ma non riusciamo a capire; è la Forma celata che ci spinge. Se tutto è Razionale, l'unica conoscenza è Razionale e il Razionale prescinde dalla carne, che gli è sottomessa: il corpo puro e la mente che agisce, scevera i suoi più intimi recessi; il suo compito è creare, partire da se stessa e ripetersi. Il corpo non esiste, non esiste lo spirito, tramite essi è impossibile giungere alla conoscenza . Se il Pensiero è ciò che noi viviamo, l'Arte che nasce è nuova, il suo compito è eliminare le Antitesi, non vive più della vita che a tutti è data, misconosce quali siano le sofferenze: essa è la Vita che si erge sulla misera Esistenza

Lucio cominciava ad avere paura, ché solo ora si rendeva conto in quale isolamento si fosse costretto. Inteso come era a raccogliere gli echi delle sensazioni, la vita lo aveva superato, ché l'errore fatale era stato dimenticare gli altri. Un relitto. E certo l'immagine rinvigoriva il suo senso se vi si cullava e la difendeva. Sentì di colpo come una lama penetrargli il cervello " Ciò che è pensato, potrebbe essere dispensato, e se io affermo la morte, con altre parole posso non affermarla e dirla vita".

Si coprì gli occhi con le mani. Ad ogni modo, se capire tutto, è perdonare tutto e lui aveva raggiunto quella conoscenza che si nutriva di sé stessa e sé stessa sminuiva o amplificava, considerando l'estrema sensibilità che gli apparteneva e che aveva rubato, nulla poteva distoglierlo, e ciò che aveva ripudiato, lo aveva relegato nell'inesistente

 

CANTO DECIMO O DELL'ESSENZA

Prigione Alessandrina mura lisce

dentro cui noi vivemmo e che ci parvero

essere il tutto e noi essere tutto

giochi d'ombra svariati in cui sentimmo

le voci dei fantasmi trasognanti

mura che noi stessi costruimmo

Distruggerle è impossibile segnati

ormai noi siamo dalle nostre rovine

Se tu ci invidi se ci aneli sappi

che il tempo ci sconobbe e anelammo

la voce, il segno della tua esistenza

 

CANTO UNDICESIMO EPINICIO PER SIMONETTA

E iniziammo così a mezzanotte, coricati nel letto, sturare una bottiglia e bestemmiare e nulla ci fermerà affermeremo la nostra volontà contro il destino, noi, gli unici, che nessuno ci eguaglia, la nostra forza questa, e i vecchi sentimenti e questo, e nuovo. . . . . " E iniziammo così e poi ci disperdemmo, estenuati, la nostra forza andata ; dolce primavera si stendeva, e la visione uguale e sempre nuova, guardare l'ombra sul muro, e " pazzo" ti dicevano , e forse eri, tra di loro, il più saggio.

L'Estate, e per lui nulla contava, e lo videro aggirasi e gli volevano chiedere, e la parola cadde nel vuoto, e volevano chiedergli, e ancora la parola cadde nel vuoto; e piansero " come le foglie d'autunno..." e non riuscirono ad andare più in là, si distaccarono-- cosa faremo Maria, cosa faremo? - e alzarsi tardi il pomeriggio " rifiuto metafisico della vita" giustificarono, e nessuno credette, non li avrebbero creduti. E lei, quella del primo incontro dell'amore eterno, quella che dopo la fine dell'amore eterno a settembre, gli disse ( e si stava facendo buio e loro erano soli )

che lo aspettava che l'altro non contava, ai pubblici giardini, ed erano felici loro, e la baciava. Oh! E' lapalissiano che parole di donna sono nel vento e nell'acqua; oh non distruggere così la tua vita, ebbero fiducia in te e li disinganni. " Se tu ti alzassi presto la mattina, preparassi tu stesso il tuo caffè e uscissi e nella piazza la tua parola, la prima che udirebbero direbbero, E' ritornato chi noi credemmo morto, oracolo del dio la sua parola e prima giunge ai nostri orecchi e prima ci disvela, messaggero di gioia Lui e nostra vita" e tu vedi come è facile per te tornare a prima, e se volessi. . . . . . " Voglio che tutto sia sceverato, voglio che...." E lo lasciò anche lui, e solo, in vera solitudine rimasto......

" Ma a cantare davvero

e in pienezza di cuore

finalmente

tutto il resto scompare non rimane

che spazio, stelle e voce"

Così, trascorremmo tutto l'inverno, rincorrendo immagini di bellezza, e fu trovata, dolce Simonetta e andasti via; e fu difficile, senz'altro contribuiva , a rendere più dolorosa la partenza

la ridda di conoscenze quelli, che dopo averti ignorato ora accorrevano; ma dovevi partire , non potevi, ritardare ancora, addurre scuse, cui non avrebbero creduto e tu piangesti e io fui melodrammatico, farò follie ti dissi, mi ubriacherò.

E poi non feci nulla.

Edizione della seraaaaaaaaaaa

Grande poeta muore d'inediaaaaaaaaaaa

Edizione della seraaaaaaaaaaaa

" U trionfu " " "u Paliermu

CINEMA ASTORIA

POLVERE DI STELLE

con

ALBERTO SORDI e MONICA VITTI

Questo? Bene, vediamo questo

 

CANTO DODICESIMO L'ALTRO , LO STESSO

E dunque ascoltami anche se non ho da addurre scuse a questo serraglio di gabellieri e pescatori. Non che diversi fossero i giorni o le notti e le contrade dove ci muovevamo. non che nulla fosse cambiato per le strade della Galilea. Se qualcuno era guarito era perché naturale che guarisse. E il resto ti è chiaro.

Io ero l'unico, in quella terra di Galilea, che lo avesse seguito senza abbagli; c'era ben poco che potesse abbagliarmi e troppe erano le notti e certa la risposta che, unico, mi ero dato. Eppure un insano bisogno mi spingeva, anche se io stesso lo pensavo stupido.

Per ciò, è giusto che io dica a te quelle parole che sono ormai la mia carne, e che io stesso provo dolore a strappare.

Giorni e notti per me erano identici, e identiche le stagioni e io stesso non provavo diversità ad essere nella sudicia terra di Giudea o immaginare quelle terre chiamate Gallia o d'Albione o più giù, sino all'Indo, come si sentiva dire da certi viaggiatori.

Ma è bene ch'io ti edùchi nel sofisma e non tergivisi più sulle parole, ché se poi anche questa notte passasse invano, non il Signore della Luce, ma quell'altro che è in me mi ammutirebbe. Tu dunque sappi che è l'esistenza a limitare l'esistenza e se tu chiami quest'oggetto sedia, tu lo identifichi e lo limiti nel nome, e nulla potrebbe essere che sé stesso, e nulla fuori di sé.

Eppure io, estrapolando tutto questo, avrei ammesso che era possibile a Lui e nel nome, il concetto e l'opposto dei nomi, visibili e invisibili e Lui quindi male e bene e cielo e terra e mare,

e tutte le antitesi, a noi insuperabili, in Lui non la sintesi, ma il superamento.

Ma Essere e Non Essere insieme, il Non Essere a noi impensabile, e l'Essere, in Lui, l'Ultima Antitesi, insuperabile.

Ti è chiaro questo, eppure, io, l'unico che lo avesse seguito non chiamato, lo ascoltavo senza porre domande, a Lui sempre dietro, cercando risposte che mi svelassero l'errore.

"Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli" Io stesso ero stordito; io avvertivo in Lui qualcosa di inumano, ma non parlavo, e lo osservavo, nei suoi passi misurati, nelle sue parole.

E lì, sulla montagna, io, uno dei dodici e l'unico, e quella folla, quella massa informe che va sempre dietro, come il cane al padrone, là, sulla montagna, la mente mia fu sconvolta. Non era umano, non gli scorreva dentro lo stesso sangue, il mio , quello di Giuda, che pure era diverso.

-----Ma io dico a voi che mi ascoltate, amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per i vostri calunniatori. A chi ti percuote la guancia, porgi l'altra guancia. A chi ti porta via il mantello, non impedire di toglierti anche la veste. Dà a chiunque ti chiede, a chi ti toglie del tuo non lo richiedere. Se voi amate solo quelli che vi amano, che merito ne avete, e se voi fate del bene solo a quelli che vi fanno del bene, che merito ne avete. Voi, invece, amate i vostri nemici e sarete figli dell'Altissimo, perché egli è buono con gli ingrati e coi cattivi.

Non era umano, non c'era nulla di umano in Lui, e ormai dovevo chiedere, non potevo rispondere in me stesso. Aspettai che gli altri si allontanassero e gli chiesi: " chi sei?" Egli si voltò e cominciò a camminare lungo il pendìo verso la folla. Lo rincorsi e gli chiesi: "chi sei?" ed Egli continuava ad avanzare verso la folla, lo afferrai con violenza per la tunica, che si strappò" chi sei'" gridai. Si voltò calmo, non guardandomi, ma rivolto al cielo: " IO SONO "; si voltò nuovamente e continuò ad avanzare verso la folla.

Rimasi stupito. Le mie cose, inesistenti, le mie notti, svanite, passato, futuro, cielo spazio tempo, Lui.

Le strade della Giudea, della Samaria, della Galilea si aprivano, le pietre dei viottoli erano soffici, e il sonno un'entità inesistente. " Io sono " e la sua dolce inumana parola--nè lui nè i suoi genitori hanno peccato ma è così perché si manifestino le opere di Dio-- e nella sua volontà la mia pace, la mia pace nella sua volontà-- ci sono infatti eunùchi nati così dal seno della madre, e vi sono eunùchi fatti dagli uomini, e ci sono quelli che si son fatti eunùchi da sé, in vista del regno dei Cieli; chi può comprendere, comprenda-- Io non comprendevo ma intuivo, il controumano che era in Lui.

Così lo amai, e la sua volontà la mia pace.

Le strade della Galilea ,della Samaria, della Giudea, la Palestina tutta si apriva, e le pietre dei viottoli erano cuscini ai miei piedi, e il sonno un'entità inesistente.

Giungemmo infine in città e Farisei e soldati romani gli si fecero contro e mostrata una moneta gli chiesero: "E' lecito o no pagare il tributo a Cesare? " ed Egli presa la moneta la rigirò e disse : "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" ; e gli undici, crassa ignoranza, cominciarono ad abbracciarsi esultanti. Io rimasi sconvolto. Dunque era falso, dunque esisteva un altro regno su cui non aveva potere, e che, anche se fosse stato, il tempo non era in lui,e l'"io sono" un'abile menzogna , dunque anche lui nelle Antitesi, e se benevolo lo avessi detto Eterno, lui essere e non essere, Essere e Non Essere nello stesso tempo, ciò che sconfessandomi, avevo concesso a Lui e a Dio suo Padre e Lui stesso, impossibile.

Era un imbonitore, era necessario che cessasse di ingannare. Lo chiamai in disparte, e non venne; mi avventati su di lui, facendo modo di esaltarlo, mentre si scherniva, e quando gli fui tra le braccia e la mia bocca vicina al suo orecchio, con le lacrime agli occhi, e lo stringevo forte, piangendo, forte per soffocarci, tra le lacrime, al suo orecchio, sussurrai :" tu menti, tu menti".

Ma egli mi strattonò e si diede al trionfo degli undici.

Quello che avvenne dopo, è scorie.

Tradimento è una parola che per pescatori vuol dire pesca magra e per gabellieri una tassa non pagata. Io gli avevo offerto la possibilità di sparire in buon ordine, ma ormai era troppo preso.

Il sicomoro non mi vide penzolare, e non ci furono rimorsi che mi azzannassero. Ora sto qui, e non ho voglia di cambiare ambiente. Ormai ho avuto l'assunzione della certezza, e mi basta questa candela e il tavolo e la sedia. Ma la mia certezza mi fa paura e io non l'accetto come vera.

Aspetto, ma so che non verrà nessuno, e l'idea si smorza, si acuisce. Noi non sappiamo pensare il Principio.

---Io grido a Te da luoghi troppo lontani; Signore, ascolta la mia voce-.

 

CANTO TREDICESIMO O DEGLI ESULI DEL PARTITO SCONFITTO E DELLA STORIA

L'Autunno mortale e Cassandra

velata di pianto

si spinsero in Troade, a Ilio

mischiarono cenere ed ossa

e disse: "sia il tempo" e al vento

affidò la sua veste.

Panta rei.

L'abisso del sogno si era sprofondato

portando tutti i ripensamenti

e i rimpianti

e io che muto a Firenze sostavo in Lungarno e a Roma

imprecavo

e vedevo morire la mia terra

ho ascoltato il mio inno

seduto tranquillamente

bevendo

cognac francese uccidendo

tutto ciò che la memoria ancora

s'industriava a rinascere

e a Norimberga

pendolo di uomini

per scandire il tempo

della morte e tutto il giorno

ballarono a Milano e la tristezza

e il vortice del vino

Panta rei cai panta estì.

Il canto fermo. Loro, gli esuli del partito sconfitto, e di loro non si sarebbero interessate le storie,e di loro. . . . e avrebbero voluto dire, e avrebbero voluto ancora. .. . .e ancora. E avrebbero detto, e avrebbero spiegato, e come,. . . . con la penetrazione di chi non ha più nulla, e avrebbero detto tutto, ora finalmente tutto; che soprattutto non interessava, che loro stessi si rendevano conto; se c'era stato un errore; nessun errore certo era fatale, ché, dopo tutto, quello che li attendeva. . . ,nella loro profezia prima di morte, e tutto in verità, ma che serviva dirlo.

La fiamma ferma, per il migliore effetto, e luccichìo delle ultime armi, fuggendo se braccati e darsi morte; l'ambiente tipico per il dramma, la caverna o la casupola diroccata, e le cibarie, poche. E loro stessi avrebbero voluto dirlo, che forse si sbagliavano, forse volere trascinarsi tutti.

Il canto fermo

Loro, gli esuli del partito sconfitto, e di loro non si sarebbero interessate le storie e di loro non avrebbero detto nulla.

Loro che il vortice superò senza avvedersene, attendono, che l'oblio li travolga.

Del loro nome nulla. Una postilla. Nulla.

Nulla di ciò che capirono è possibile.

 

CANTO QUATTORDICESIMO ITACA O DELLA SOSPENSIONE

L'Autunno, la lieve pioggia. Il vento mi addolcisce. Non la Bellezza prorompente d'estate, la forma estiva, ma il pianto autunnale, i rumori che non hanno senso. L'assurda Estate è partita, ciò che separò il corpo, che lo condusse a vivere disgiunto, dorme. L'ombra smorta. La prima nebbia già si posa sulla collina, la pioggia ora più forte, e più forte il vento. I due cipressi ondeggiano lievi; loro che piansero il corpo, che ne sentirono lo strazio, ondeggiano lievi al ricongiungimento. L'agonizzante autunno, l'autunno della mesta felicità.

Occhi che vorrebbero leggerti e non sanno, cosa sia più in là delle mani. Che almeno questa illusione resti! Che ciò che ci illuse, oggi, almeno oggi, torni ad illuderci!

Se tu morissi. . . . ma né tu morirai né altro mi si offrirà!

Queste parole non hanno nessun'Itaca; E' la mente che gira su sé stessa . L'inutile lotta per il corpo morto mi ha dismembrato. Sto qui, nè mi curo di ciò che possa essere la mia assenza; possibilmente rivederla, ma quando? Le parole di Giordano frullano nella mente "certo, o poietès, l'amore in chiesa, magari ci scrivi un poema. Svecchiatevi!! Fuori piove.

So benissimo che non sono mai stato amato, e che neppure io ho amato, i miei drammi sono stati inventati e le mie pene neppure meritarono l'amore dell'Arte.

Non ho saputo farla rivivere; qui essa avrebbe dovuto trovare un monumento a sé stessa; né il gesto ne colsi, né il profumo.

Infine, la Sospensione ci domina, e , possedute tutte le verità, nessuna certezza ci è rimasta.

 

CANTO QUINDICESIMO DELL'IRONICA MORTE E DEL COMPENSO

Nessuna fece mai follie per noi

noi non facemmo mai follie

nessuna arrossì, non allibì nessuna

da parte nostra fu similemente

nessuna ci guardò

né noi guardammo

nessuna mai ci amò

in compenso neppure noi amammo

la nostra vita si svolse in perfetto

compenso, possiamo ora con serenità accettare

la Morte nostra.

Sorella Morte contro cui lottammo

con questi versi e con illusioni

che ci disviarono; Sorella Morte solo te amammo

Odi et amo quare id faciam fortasse ecc. ecc.; Sorella Morte

ti sia compenso al tuo il nostro affanno e sebbene

l'uomo sia

l'animale più infelice

e l'unico che tu colga, che tu cogli il pensiero

e nient'altro, Sorella Morte,

oh Sorella Nostra Morte Spirituale

Così parlò e in letizia

e perfetta comunione

spirò l'uomo

CESSA IL COMPIANTO UNANIME

S'INNALZA UNA PREGHIERA

CALATA IN SU' LA GELIDA

FRONTE UNA MAN LEGGIERA

SULLA PUPILLA CERULA

STENDE L'ESTREMO VEL

( SIC ! )

 

CANTO SEDICESIMO LA CANZONE DI TAVERNA

Innamoratomi 15 volte in 15 giorni, pace all'anima mia

impossibile riuscire a scrivere un verso decente, pace all'anima mia

di professione studente pittore reporter musicista scrittore

futuro magnaccia duce industriale possidente latifondista notaio

certamente un pò di terra e un'epigrafe: morto

ti vedo, ti rivedo e ti spoglio con gli occhi, pace all'anima mia

improvviso risuonò nella stanza: mi faccio prete: pace a voi fratelli

facile scrivere parole di seguito, pace all'anima mia

io celebro Gesù e lo sfotto: fatto prete per uccidere Cristo

pace a Lui

pace a te e luce, che vivi di fandonie

ho sonno solo sonno e voglia di morire, pace al corpo mio

t'invoco la mia pace e la mia alba sonnolenta, lo sai

povera cara testa e cara spina dorsale: pace a voi

pace a voi miei occhi dallo sguardo inebetito

pace a te mia mente e a tutti i tuoi vogliosi pensieri

a chi crede a chi non crede a chi seduto in un angolo beve vino in taverna

pace, pace, pace, in eterno , pace, pace, pace.

 

CANTO DICIASSETTESIMO . O DELLE ANTITESI

Un amore quanto io possa affondare, e non queste eterne fughe e ritorni, questa pietà che si riversa su di me. Se vuoi salvarti devi peccare, devi di questa tuo corpo fare cencio; sarà che la menzogna verrà chiamata verità, ma ora che tra le prime pelurie si insinua la malizia, e la mia anima si ricopre di piombo, meglio sarebbe stato che i miei piedi avvolti rimanessero per sempre. E ti avrei amata se tu avessi voluto, se tu avessi capito che vale più non essere che essere, che se il corpo fu trovato senza testa, che non ero stato io, che non ero stato io a celarlo

e che neanche il tempo se anche lui mi avesse odiato, avrebbe potuto nulla, e i "se "e i "ma "

intercalati con ossessione monotona, non erano, che uno spiraglio al cerchio delle antitesi

Così avrei voluto che morisse

Sono la figlia della notte un desiderio

inespresso e appagato

io rapisco il sogno, scorre il fiume

pasto di pesci e cibo di altro cibo

la pura del vuoto città morta

accogli il passo del mio girovagare

Non avemmo volto fummo

farfalle senza ali

solo ciò che passa è vivo

ci raccogliamo qui

questa terra ha odore di lezzo

carne dismembrata il nostro canto

ma dietro ogni sogno si nasconde

la paura di morte noi vogliamo

dare tutto alla mente, non sognare.

L'errore , qui, è nel non saper capire

nel non sapere mescere!

 

CANTO DICIOTTESIMO SALOME' O DELL'INELUTTABILE

Il velo, il lungo velo, ai piedi. La stanza vuota. Erodiade seduta fissava la figlia ." Nessuna colpa ricadrà su di noi, figlia mia , e nessuno mai ci biasimerà; tu hai fatto sussultare un vecchio cuore, quale dono più grande è dato a donna , vita mia. Oh, non temere, le loro minacce si sono già perdute nella notte, nessun'eco le ha raccolte, e non Lui, Lui con le sue pretese, oh, non Lui ci fece paura. Lascia , figlia mia questo tuo velo, fa che cada e discopra la bellezza, e nessuno mai ci condannerà; la nostra forza è questa, la parola debole , il punto in cui si incrina il pensiero e un altro pensiero vi si mesce e lo trasforma.

Queste cose diceva la madre alla figlia, e molte ne celava e questo rispose la figlia, Volto di Luna:

" Non questo mi tormenta, madre mia, il mio pensiero vaga molto lungi; riandare a prima, il volto tuo teso, il Tetrarca accanto a te; " danza--mi dice-- danza , e nulla ti sarà negato" E io danzo, il velo bianco si sprofonda ai piedi, e io danzo, la musica, la Luna in cielo, la mia pallida Luna, infine, chiedi, mi dice, io parlo, e come se tu parlassi; il tuo volto ridente. Riandare a prima il volto tuo teso, Erode accanto a te concupiscente, e io danzare, ripetere ogni mio gesto, poi la musica ferma! Tetrarca impaurito: "La testa del Battista!" e riceverla qui, nel piatto aurato, e la tua gioia, o madre mia, e il mio dolore; e ripetere le tue parole, e riavere il mio volto; e non era già stato, e noi non sapevamo, né il nostro sentimento , né le parole usate.

Questo diceva Salome' volto di luna e di colpo di fermò, qualcosa la impauriva, la pietra su cui batte lo zoccolo e si impenna, alla fragile bellezza unita la paura. " E se sbaglio, e se anche riuscissi, e se è tutto sbagliato ciò che penso" Era solo, l'altro se ne era andato senza che se ne avvedesse. Discorsi vuoti, ore buttate al tempo.

 

CANTO DICIANNOVESIMO DEL SOFISMA E DELLA FORMA

Non c'è notte ciclica che avvolga

non c'è sogno ma pietra e non s'ode

che il seno aspro duro invalicabile

dell'amante infedele, l'ombra

s'allunga alle pareti e si distende

E sembrerà che il tempo si fermi

e come roccia e insormontabile il passo

non aver detto niente, non aver udito.

L'umida stanza ,s'insinua nei meandri

sapore acre di bellezza efèba

non saputa gustare e tagliava

come filo di seta fra le carni

nulla di più che sangue nella fiamma

s'insinua efèba all'alto e poi riaffiora

il sogno

E l'aria era fredda sferzava

voglia pungente di giungere

qualcosa sfugge, qualcosa che di colpo

svanisce e non lascia

che istanti a smemorare istanti

e penso che nulla sia vero

ma ogni cosa si presti

a ciò che noi vogliamo

e ci inganni coi suoi limiti

e poi penso che per sfuggire

avrei dovuto rimanere immobile.

Ciò che ci uccide è il fatto

quello che non possiamo disviare.

L'immensa biblioteca si squaderna

come sole che giunge e disvelte

sepolcro vivente che si cela

dietro candele, erte solide mura

d'una sola vita, poco, poco,

per viverne le facce che ci offre

L'alto mare varcato confondeva

aurora e tramonto, noi non potemmo

capire, noi non potemmo

intuire

la forma estrema involta nella notte,

I begli occhi di toro, i begli occhi

le mani mie

Fuoco di fiamma lontana ci brucia

ci plasmammo dolcemente

il leggier movimento accennando

cadenze ignote passi

perduti e non voluti più

ritrovare

Bellezza morta, bellezza accennata

volto di Laurana vissuto in altro tempo

E canteremo Lei anima mia

Lei che rapisce sembra

il risveglio al mattino e dirsi

"vivo?!, vivo?!" e non mi è oscuro il desiderio!!??!!"

Ma poi che giovinezza discolora

ed è già oggi, il tempo ci ghermì

restò la fiamma

"SE TU SEI D'ALESSANDRIA ,TU CAPIRAI VIANDANTE

LA NOSTRA FOGA SAI, LA VOLUTTA' BRUCIANTE"

 

CANTO VENTESIMO LA METAMORFOSI

Eppure, eventi intercorsero tali che nostra vita fu modificata, modificata fu la nostra vita. per sempre. Comunque in amicizia qualcuno tentò di salvare il salvabile, Ottimo rimedio ai dolori, produrre altro dolore in altra parte, al primo superiore, ( principio Ippocrateo, distogliere la Psiche dal fatto ) ( poi si avvide che era solo desiderio: o povera Psiche truffata da Sorelle, Afrodite ed Apuleio ), e il reato non fu giudicato ) E infine , meglio e bene che questo sia successo; un bene un vero bene. Capire !Oh sì! tutto perfettamente capibile e accettato: " E' giusto". E questa sera finalmente, davanti a questo cielo, ( che non c'è ) con sottofondo musicale, tra candelabri sparsi e lei di fronte ( e non c'è, non c'eri mai, povera scema): "Non è giusto" Oh finalmente stasera!!

( Seneca: Lettere a Lucilio: non ricordo perfettamente il passo dove dice che il rendersi conto è il primo miglioramento) e accettata infine la Pascaliana scommessa, ribaltandola. Abulia, volgarissima abulia eletta a sistema.

Evviva la Bellezza Prorompente d'Estate

 

CANTO VENTUNESIMO DELLA LETTERA DI SENECA E DEL LIMITE

Se la cosa fatta è fatta, se la cosa perduta è perduta se ciò che è fatto non può essere disfatto, né tu né io né le nostre tentazioni potranno modificare tutto questo, nè io voglio che sia modificato.

Quindi le parole. Parole quale ultimo lugubre tentativo di trovare parlando una soluzione. E sempre l'ospite sopraggiunto ci toglierà la possibilità di concludere. Ben accetto anche questo, se l'amico si discoprì nemico, e il tutto ci servì per alibi.

Di poi il resto.

Per ciò io non so se le attuali repliche della vita, non siano che la mia incapacità di scrivere qualcosa di diverso, o se è qualc'un altro che su rivela in questo modo, ottuso.

Eppure io proverei un sottile piacere nel definirmi il più grande costruttore di situazioni equivoche, se l'esaltazione più sfrenata, e la più squallida ironia, non s'addicessero più ad un ubriaco in una sera estiva, che a noi, che, in una tranquilla notte di primavera, cerchiamo soluzioni a problemi più grandi di noi stessi

D'altra parte, parole come "morbosità" "sensazioni esaltanti" "urti bestiali" fanno parte di un retaggio culturale che ci è completamente estraneo , e noi non siamo né intellettuali ingenui né falsi innocenti, da lasciarci irretire da queste cose.

Così non resta che fare il computo dei giorni passati, della vita vissuta, incassettarli ben bene lasciarli lì ad aspettare che la polvere li copra, che essi stessi poi, per un naturale processo di trasformazione, diventino polvere.

Ben poco questo, eppure sintomo del mio amore diverso, e di ciò che di diverso non è in me; ricevilo come risposta alle tue cose e come conclusione, con tutte le altre cose non dette. Se

serva o non serva sarà il tempo a dircelo; io da questo, traggo la forza di vivere.

 

CANTO VETIDUESIMO LISANIA

Perciò

messe le poche cose sulle spalle

partimmo, ci avrebbero accolto

delusioni e rifiuti, avremmo detto

constatazioni, nient'altro che constatazioni per noi

a tutto preparati, previgenti di tutto.

A Marzo

iniziato il viaggio a ritroso;

ma non saremmo andati, da lontano

avremmo visto l'isola

sul limitare fermi, nella foschia

guardare e rimpiangere

Felicità raggiunta e altre cose in noi

mai vere

ogni cosa voluta

e avuta nel rifiuto

poi scrivemmo

tema costante la nostra eterna morte

e Marzo genitore

Marzo dal languido saluto ai sentimenti

Partire

e ciò che fosse stato

qualunque

sorte ci si fosse presentata

le poche nostre cose con noi

Poi, se una notte al buio

scivolerà la mano

e, svegliatoti

non io -dirai-

non così pensavo, non volevo

questo- fa voti

che ogni notte ritorni

non accendere lucigni per vedere

non stare in ansia all'arrivo

che ogni notte ritorni, e molte gioie

ti saranno riservate

nelle tua breve vita Catullo

ché il bene compiuto non si perde

non si perde il lungo dare

ogni notte ritorni e sgomento

Lisania ti si mostri

ad altri mai appartenuto.

 

RONDO'

Come se questa fosse una sinfonia, dolce sinfonia del mio inferno. Ho messo i vecchi abiti per l'addio. Eumène, figlio dell'aria, il tuo male fu un sogno , ma se un Essere fosse venuto e avesse detto: "questo desideravi e questo ti viene dato , e questo ancora, senza che tu lo chieda".

Ti lasciai lì, nella notte autunnale, sperduto nei labirintici sofistici della tua mente, inebetito a ripeterti, che il bene e il male non hanno alcun valore, che è l'esistenza a limitare l'esistenza, e che vale avere le cose non desiderate, o il desiderato, se chiesto e duramente pagato.

Se fosse servito il pianto, se anche per te fosse servita la Visione!

Di tutto questo nulla. Pure , se l'immagine è del bosco, le tue parole tornano, ogni mia cosa perde i suoi contorni.

COME DIO VOLLE, PRIMA DELLA MORTE

IN FEDE, IN MALAFADE, NEL SUPERAMENTO

Nessuno, il mio nome: Nessuno!

 

 

ROMANA

Vai a Romana

 

OUVERTURE

Reggere l'Impero, come fare

se i cittadini sono tutti anarchici?

tu prova, tu soppesa la bilancia.

CANTO PRIMO I GRECI

Che in inglorioso modo sia finita

la vita

era destino che così volgesse

la messe

da più sicure mani fu raccolta

accolta

in granai fidi e sicuri

La troppa libertà ci ha rovinati

ci ha ridotti schiavi la saggezza

tra la nostra coinè e quel dialetto

estremamente barbaro ha deciso

qualcosa che era a ciò del tutto estraneo

Qui il pensiero si afferma con la spada

nuovi armamenti dovevano inventare

i nostri governanti più che fare

disquisizioni egregie sulle cose

Nella cosa è il destino della cosa

e gli accidenti volgono alla cosa

perché non sia sottratta al suo destino

Li tengono nei circhi e fanno scherno

della cadenza sinuosa e ampliativa

ripetitiva è la triste strofa

ma questo lo ignorano al momento

sgomento sarà il volto e l'atroce

voce ripeterà queste cadenze

demenza coglie prima o dopo e dura

si fa la lotta per la sopravvivenza

Beato chi sta al centro delle cose

chi delle cose coglie l'avvenenza

e può dire che tutto è la parola

nelle armi può dire sta l'essenza

Orrendo, orrendo, mostruoso e orrendo

a mezzo della disputa trovarsi

fuga non si trova che allo scampo

porti e strappi via dai maramaldi

La vanità li rode e li consuma

li brucia come fiamma l'ambizione;

l'asino noi si diventa e ci si gioca

di sopra la partita, la contesa

acre si fa per riempire il fosso

varia l'argilla sotto mano esperte

Ma i castelli di sabbia frange il mare

scava l'acqua che gocciola la pietra

la vanità che suona la sua cetra

arrestare non può il fatale andare

Qui non si esce che per funerali

le ali

qui non battono da tempo

il vento

non filtra oltre la porta

è morta

la parola nella strozza

Malaugurato chi non corse al tempo

chi non colse al momento l'occasione

chi si isolò senza essere isolato

seguendo un sogno e ne restò stregato

Ma mortale è la vita e finché dura

sesso e potere son sovrastruttura

alienano i conviti e la bellezza

la salute del corpo dà l'ebbrezza

Libera nos Domine ab afflictione

dalla scienza che diventa opinione

dall'opinione libera nos Domine;

dalla necessità che non fa scienza

di fragile materia costruito

distrutto è il corpo! Fà che non sia

disperazione, Madre, la preghiera

l'indecisione caccia che il tormento

più ci allontana e più ci inaridisce

Togli Signore dal mondo l'opinione

toglici dalla dura costrizione

più dolce è la preghiera se serena

la voce si alza di certezza piena.

 

CANTO SECONDO I BUOI

Siamo esiliati in patria;

peggior sorte di questa raramente

qualcuno ha avuto; buoi al macello

peggior sorte non hanno, stare in attesa

al giugulo e rinviati

al giorno appresso e poi al giorno ancora

Tutto si può su noi, nessuna Legge

preserva la nostra carne, in catalessi

l'anima è posta, unica fuga era questa

per lei, rimasto è il corpo

al gioco dei ragazzi rivessato

Legheranno l'uretere, rigonfierà l'urina

la nostra carne, ci stordirà il fetore dello sterco

nella stalla, in attesa dell'evento

Mai giungerà!

Leggi non sono per stranieri in patria,

divino limite non c'è, non c'è l'umano

ritegno per la carne

voce non s'alza che preservi il lutto,

brivido si fa il muggito, di piacere

li inebria il nostro sangue quando fiotta,

poi ci spingono fuori con la sferza

legge non c'è che imponga loro il Fato,

ben sicuri essi sono, non s'alzerà per noi

nessuna spada vindice, nessuna sferza

percuoterà le loro carni per vendetta;

parenti e amici hanno rinnegato ogni cosa di noi

che ben ci accada ciò che ci accade

e ci si addica il lutto

Ed è esilio per noi la nostra casa

la terra che ci nutrì copre il suo volto

se condotti al macello supplichiamo

che s'apra e inghiotta noi e la genia

dei vessatori pavidi dei prezzolati imbelli.

Non crediamo alla Morte! troppe volte

la lama si è retratta, troppe volte

appesi per i piedi abbiamo atteso

la strozza aprirsi!

Altro Fato non c'è per noi che questo

non c'è uscita per noi dal labirinto!

 

CANTO TERZO IL VIAGGIO

Oltre le case, il mare. Il vasto Oceano ci prenderà; è questa l'ora di prendere il largo. Dal nostro Tempo fummo estranei, dal nostro come da qualsiasi altro. Via via le passioni scemano, gli ideali svaniscono e ci troviamo a inseguire un qualcosa che noi stessi non sappiamo e annaspichiamo in ricordi che vorremmo ci facessero vibrare e invece non suscitano alcuna emozione; forse un sogno, forse un errore della mente in quest'ora scandita mentre senza slancio ci appressiamo ad un viaggio in un Impero che non riusciamo più a comprendere. Stancamente saliamo sul vascello e tutto è in ordine e sul tavolo il foglio e la penna ci attendono, quasi a invitarci a narrare cose strabilianti e invece noi sappiamo che nulla potrà interessarci e se anche ci giungesse qualche voce, noi non la sapremmo comprendere. Le cose si susseguono, a volte sembrano stagnare ,a volte incalzano, in questo noi non siamo che disattenti spettatori di uno spettacolo tanto desiderato e che ora più non interessa .

L'Impero, la Repubblica, la Legge, tutto ci lascia indifferenti e tuttavia non possiamo rinunciare al viaggio anche se non ha meta e nessuno ci attende se per procellosi mari e per alterne vicende noi giungeremo. Di certo avremmo voluto un altro cuore, avremmo voluto non essere così stancamente oziosi sino a rinunciare a credere in noi stessi, nella nostra volontà alla nostra ricerca. Partimmo ben più coraggiosi e ora ci sembra che una patina di ridicolo copra tutte le nostre cose, nostre e di altri. Non c'è parola scritta che ti salvi, non c'è eco che riverberi una frase, cenere quello che fu lasciato, evanescente quello che cerchiamo. Eppure andiamo, come se la stanca stagione non volesse altro da noi che percorrerla senza che essa ci dia qualcosa di sé, chissà se spinti da improvvisi bisogni non riusciremo a trovare quel nome per cui partimmo e che tutto racchiude. Proiettati da una notte senza sogni in questa luce ci avviamo verso un'altra notte: riempire il giorno, è l'ordine dei padri e proprio noi non vorremmo eseguirlo.

 

CANTO QUARTO NISO

E sarà questa notte di Agosto

e sarà questa notte ma è paura

ritrovare un amico perduto

--e qui è il passo dell'infinito,

a questo punto avevamo lasciato Dio.

E sarà questa notte d'Agosto

in un'angoscia sul libero arbitrio

a metterti paura raccontare

cose che non dividi con nessuno

---da quanto tempo non dividi con alcuno

le tue angosce? e chi ti ascolta

le saprà ascoltare? Non credere alle donne

queste angosce non hanno nessun corpo

e non vogliono corpi a consolarle.

Ma è una strana paura che ti toglie

il fiato a cominciare del discorso.

Sino a che punto i nostri passi sono

dettati da noi stessi, a quale punto

s'inserisce quel quid che non concede

che il passo possa essere diverso

come diverse vie che ci conducono

ad una sola orma, che ci aspetta;

ma esiste questa orma o siamo noi

che dopo averla calcata annaspichiamo

in un tetro dejà vù che non concede

altra uscita che non sia accettazione?

ma è mai possibile questo o sono solo

le poche varianti di un destino

che non è mai esistito?

Forse la Morte? Non credo!

Penso che morirei in questo istante

pur di sapere. E se poi non c'è nulla?

Non saprei! Sarebbe atroce! Non potresti

saper di non sapere! So che c'è sempre

un numero più alto, il numero è infinito

un astratto che indica un concreto

e se i concreti finiscono tu puoi continuare

ancora a numerare, crearti un infinito

inesistente.

Perché spezzi il discorso, perché non dici

che non è l'infinito che t'angoscia

perché dai colpe al Fato e non ammetti

che i tuoi mali hanno un recapito a te noto

Dove sei stato? Perché sei andato, Niso?

troppo silenzio intorno a me , tu non andare;

scaccia i fantasmi con la tua realtà

 

CANTO QUINTO IL TEMPO

Tempo del tempo e tutto era nel tempo

realtà che più non sono, ordine nuovo

tempi antichi svaniti , civiltà morte

e tu che chiedi cosa mai fosse

al principio del tempo, quale ordine

vegliasse sulle cose: io vegliardo

gravido d'anni, stanco di memorie

in quest'eremo vivo e contemplo

le infinite fanìe e la solida

certezza dell'essenza: era in Principio il tempo

ed era all'uomo

legge fisica amica che poteva

compenetrarsi l'uno all'altro e tutto

egli provava dell'umana ventura

ché di infiniti uno era il corpo

una la mente una la ragione

e tutto egli provava ma atroce

dono era questo ché il dolore

entrava nella carne e frastornava

ogni pensiero o palpito

a ciò gli dei limite posero alla consustanza

e legge imposero nuova che i corpi

incompenetrabili fossero tra loro

Questa è la prima storia, accanto a questa

altre ne avvennero che sconvolsero il mondo

Ma ora parla, dimmi chi ti spinse

a queste rocce solitarie ed aspre

tra cammini di sangue e di terrore

sei tu un uomo eppure non somigli

ad alcun uomo, non vuoi verità salde

Tu vuoi il Tempo , ma sei solo nel Tempo.

In principio era il tempo ed era il tempo

divinità crudele che inghiottiva

i propri figli e quello che creava

contro il tempo si mossero gli dei

aspra la lotta in bilico le sorti

infine il tempo trionfò ma volle

che procreando agli uomini concesso

fosse di credere di aver tratto vanto

Questo ora sai che nessuno ricorda

quel che tu sai ora non è che cenere

fu spenta la memoria; al quotidiano

s'affannano i viventi

quei pochi che partirono, perirono

chi rimase, sta calcando la scena.

 

CANTO SESTO : GLI USI PERSICI

Lasciate che nidifichino gli uccelli

lasciate loro un buco nelle case

loro che Dio non hanno ma per loro

il grano cresce e l'erba si matura

vent'anni ,vent'anni andati via

e briciole di veleno rabberciate

per un ultimo orgasmo addominale

e poi nulla e poi ancora orgasmi

e braccia martoriate e sputi su noi

Se veramente fossimo

come l'erba del campo e ci soffiasse

il vento sopra e allora più non fossimo

sottilmente svanito ogni pensiero

sottilmente rubata la vita

vedo i suoni che diventano colori

vedo me stesso fronteggiarmi e sono

il nulla che stravolge ogni mia idea

Ecco, il braccio è vostro, a voi l'ingiuria

il progetto riesce, senza rischio

portate la stoccata.

 

CANTO SETTIMO L'IMPERATORE

E a questo saremmo giunti, che un lamento ci arrivasse agli orecchi, come uno strazio. Mai la pace aveva regnato ovunque, mai c'era stata tanta sicurezza e non solo si alzano voci, ma c'è chi è pronto a raccoglierle. L'Imperatore sa che qualsiasi meta raggiunta non basta, che nel benessere si riesce a rimpiangere un passato di miseria e che nel perfetto si sogna un futuro più radioso, in un orrendo connubio tra passato e futuro, come se il presente fosse un'entità inesistente e trascurabile e non s'avverta, ma questo è l'assurdo: si sogna l'unione e non si riesce ad essere che nella divisione e c'è chi dà tono a ciò e per ciò parteggia. Bene, lo ascolterà anche l'imperatore, che s'affacci sulla scena, anche a questo siamo pronti. " No, non parlare così, Divo Cesare, un qualcosa mi turba, un'antica leggenda che sentii bambina e che le tue parole fanno riaffiorare; la raccontò la nutrice: " Vedi, diceva allora, era il mondo popolato dagli Dei, cresciuta che fu la malvagità degli uomini, essi si ritirarono nell'olimpo, demandando a divinità naturali il compito di rimanere tra gli uomini e riferire . Riferito che ebbero queste della crescente malvagità degli uomini, essi le ritennero presso sé e barrarono le porte dell'olimpo. Qui vivono dimentichi dell'esistenza e non apportando più lenimento ad alcun dolore; più in basso gli uomini, dimentichi della divinità, traggono profitto dal dolore di altri uomini. Un giorno questi si ritrarranno nell'olimpo" E' una strana leggenda Divo Cesare, come temo che queste parole si riferiscano a noi come vorrei non ricordare, ma un'angoscia mi assale ""Dunque la moglie di Cesare teme ? Dunque bastano i fantasmi infantili ad annullare la forza di Cesare? No, Claudia, non così sono le cose, ma non voglio turbarti, manderò via questo corifeo, voglio che nulla turbi la mia casa. Non lo taciterò, tuttavia, io lo ascolterò, è il mio compito, io saprò intervenire, non è forse questo Cesare : prevedere e agire. Non trascuriamo nessuna voce, neppure la più insignificante; spesso cose che si presentavano di poco conto si sono rivelate sconvolgenti. Che sia cacciato lontano, ma non gli si chiuda la bocca, valuterò bene ciò che dice:

 

CANTO OTTAVO IF

Questa sera ricordo Fabrizio

Drogato di Firenze. Ospedale Careggi

Girone dei dannati. Acromegalici

Cushinghiani, Cefalagici e Drogati

E nel corridoio (e il dolore

mi squassava la faccia) " perché

ancora vita ?" disse e io a lui

"perché questa è la vita"

Così lo penso e lo immagino bellissimo

metà mio, metà della dolcissima madre

in realtà solo di se stesso.

 

CANTO NONO I TERTITI

Deserto e rocce e sole che ci arde

e noi che andiamo incontro allo sterminio

per volontà di saggi, noi che fummo

fedeli a noi e liberi di essere

Non la sorte per noi, bensì un umano

disegno per le terrene cose

ci stringe il fiato e ora ci dà morte.

troppe lotte, è il decreto, troppe stirpi

si battono aspramente, è tempo questo di

Impero Universale

si fondano le razze e le culture

né lingue né costumi né abitudini

diversi in mezzo agli uomini

Babele è morta, non si può tollerare

un genoma diverso.

A lungo resistemmo, a lungo impavidi

ci trovarono le armi e le blandizie

sterile il seme e ingravide le donne

non cedemmo giammai, nessuno chinò il capo

di fronte alle sevizie e infine eserciti

contro di noi, gli ultimi eserciti

per stroncare i diversi

E' questo il giorno è questo il primo sole

dei nuovi Dei; a noi solo la morte

nè ricordo ci sarà che cancellata

è già la storia e nessuno ha memoria.

 

CANTO DECIMO DELL'ARTE

Nobile Clito, figlia del dio bello

di te dirò di quando tu nascesti

dal ventre della terra e la più chiara

tra le ninfe fosti e dissolvevi

col tuo canto vibrante ogni pensiero

che oscurasse la vita e bevevi

le lacrime degli uomini e col sangue

libavi degli uccisi e l'infinito

Oceano ti bagnava il corpo

età forte era quella età di vita

a braccio della morte, età di forti

vergine il mondo e ad ogni cosa il nome

E tu crescesti e solo del più alto

frutto dell'albero ti nutristi e l'acqua

ti dissetò di limpida fontana

e tu bella splendevi ed ai mortali

gioia donavi più sottile e fine

poi nulla reputasti fosse degno

delle cose del mondo alla tua forma

e solo di te stessa ti nutristi

sin che ti dissolvesti: Nobile Clito

nulla resta di te, il nulla è a noi

ora che più non sei e il silenzio

grava pesante sopra il nostro lutto.

 

CANTO UNDICESIMO DELLA PIETAS

" Morte, morte che ghermisci e togli

a noi ogni cosa e ci doni il nulla

tu improvvisa, tu agra, tu sottile:

giace Polibio sotto la tua coltre

a me lo rubasti a me che nulla

è rimasto se non che queste lacrime

che sul tumulo verso e pazza spero

che a me ritorni che tu lo riconduca

a me dal buio che lo attanaglia.

Ritornerò -disse- ritorneranno i baci

sul tuo candido collo, ancora amore

ci sarà per noi :

O Polibio, Polibio, come si è infranto

ogni tuo sogno e io che muta parlo

a te muto e già dispero e ardo

che dalla tomba esca la tua voce

e mi consoli e mi riposi accanto

Così parlò Ermione e poi che l'avversa

stagione prese il mondo in sé si chiuse

e con dolcezza attese

che primavera giungesse e coi tepori

del vento placasse il suo dolore

E altri pianti saranno per Ermione.

 

CANTO DODICESIMO LA LETTERA

Cos'è mai questo tuo atteggiamento ? Quale nesso vuoi che abbiano queste cose con noi? Il dare voce a così insignificanti vicende, il raccogliere lamenti, non è questo il compito che a te tocca

So bene che queste cose esistono, ma è nel nome di un disegno infinito che avvengono le cose, e di questo disegno noi siamo i costruttori e gli artefici; ma tu irridi la nostra forza, ci presenti come un popolo di prevaricatori. Se abbiamo eliminato molte facilonerie ciò non significa che non siamo tolleranti, e il dettare delle regole necessariamente limitanti, è proprio ciò che ci ha permesso di affermarci; ma tu narri di eventi che nulla hanno da spartire con noi e con questi tenti di scalfirci: non così si governa e non scrivendo così si rende un servizio alla storia.

Ed è per questo che la mia preghiera è che ti ravveda e non ti tocchi altra sorte oltre quella di essere compatito e tollerato, ma tu non recedi, più ti si richiama più insisti nel tuo dettato, quasi t'avesse colto una missione da cui non sai o non vuoi liberarti.

Scrivi il tuo inno per Roma e tutte le tue colpe ti saranno perdonate.

L'Imperatore è buono e saggio; Ave atque vale

Petronio

 

CANTO TREDICESIMO LA RISPOSTA

Per la nostra amicizia , per ciò che ci rese uno, per ciò che fummo e siamo, so bene che queste cose non meriterebbero ricordo e che mi rendo complice di situazioni che sono estranee a noi

ma è in me come un contrasto tra ciò che avverto e questa gloria imperitura ed eterna da cui non sembra esserci scampo. Sebbene queste cose, sebbene io stesso non mi renda conto, non posso far tacere quelle voci che mi giungono a stento ma che colgo; di questo devi essere certo: che io non parteggio, che io non colgo che un lamento che stanno soffocando e che si cela: non è un'epoca di grandi passioni e i piccoli fervori sono anch'essi manovrati eppure queste voci sento, si uniscono in una forza che potrà sconvolgere. Non canto vinti né esalto vincitori, sento di raccogliere un qualcosa che ancora non ha forma ma avanza, la polvere di un qualcosa all'orizzonte in questo impero dove tutto è eterno: Ma io ti ascolterò, bacerò anch'io qualche calzare, farò come dici; innalzerò inni. Ma temi, tremo che alla polvere si accoppi un rumore.

 

CANTO QUATTORDICESIMO

Siate vicini a me potente Febo

e tu Ilitia dea delle tre grazie

me soccorrete, me che così piccolo

con sfrontatezza e umile all'agone

m'accingo, dell'aquila le ali

gli occhi datemi, ch'io non accechi

fissando Roma e il Sole

ché nessuna differenza intercorre

tra queste cose e come il secondo

vivifica la Terra e dà calore

e da tutti è amato e osannato

così la prima, la fiera città

luce della mente, forza del braccio

è pietra di paragone nella storia

O Sole, tu che illumini le genti

tu che le vedi intente nelle opere

dal tuo corso ad occidente tu scorgevi

l'affanno umano e il correre del tempo

sulle cadùche cose, nel fango l'uomo

e la sua lenta forma e i primi attrezzi

e forme nuove e nuovi dei e nuova vita

innalzarsi e svanire. Quale angoscia Dio Sole

per passeggeri eventi ,e tu Eterno

indegno di te tutto, e andavi oltre

dopo aver luccicato per un attimo

Brillarono e scomparvero Regni Orientali e Indi

e poi, ancora, ad Occidente, lungo il tuo corso

Babilonia splendette e di Priamo il regno

Quale angoscia, Dio Sole, non ritrovarli al sorgere

Tu, solo, nella tua eternità. Ma già l'aratro

tracciava il solco, già dei Latini si spargeva il seme

Questo , dicesti, è il Luogo, quì la mia Sposa

vivere eterno in una eterna casa

Tu regere imperio mundo Romane memento

 

CANTO QUINDICESIMO GIULIANO

Si compia ! Che il volgere degli astri

segni il termine! Ultimi fuochi

nel barbaglìo notturno! Ah se mia

se solamente mia questa tenebra fosse

e non unisse il nome mio al suo

la fatale congiura. Sì, ben lo conobbi

il nome tuo e il mistero

e con la mente e il cuore io lo accettai

non per inerzia o calcolo

e con la mente e il cuore io ti combatto

per l'Impero di Roma. Ecco: ho anteposto

la sua salvezza alla mia dannazione

Ora mi perdo in quest'oscura notte

di Persia e quì si perde

il suo ultimo palpito e la gloria;

il freddo dardo dei nemici un fuga

Ti rende la vittoria; la mia battaglia

ho combattuto e ho perso

ora non urlo, non ho angoscia o freddo

i cavalieri mi corrono all'incontro

i secoli si annullano, l'ultimo fiato

è Tuo: Hai vinto Nazareno!

 

CANTO SEDICESIMO ROMA

Il passo del cavallo era lento e sicuro; quanta storia gli si stava piegando innanzi. Il sigillo al Poema. L'Eternità.

Veniva di contro Leone, con le femmine oranti e coi fanciulli e con pecore e vacche.

-Scostati, vecchio, sogghignò l'Unno, Roma mi aspetta!

-Ciò che tu vedi è Roma, rispose Leone! -

 

CANTO DICIASSETTESIMO IL CORO

Non quì la troverai tra queste crepe

perduta è la memoria e faglia il volto

traccia non trovi che ti rechi l'orma

e non esiste via che possa sciogliere

lei da sé stessa e non esiste via

che faccia ritrovare lei a sé stessa

fatale caso è l'umano

il tempo scorre solo su sé stesso

non è vento né cenere, il suo essere

si sfalda sotto i colpi dell'esistere!

Ah Roma Imperiale Imperiosa Imperativa,

Imperante non più! Sei così stanca di reggere la Legge

così avvizzito hai il seno

che non vi allatti un figlio?

Il dubbio si insinuò nella certezza

come un male sottile, come una profezia

che non cogli e s'avvera, si dilatò la casa ,

sino a sciogliersi si smarrirono i segni

Stai inerte e tremi! Come vorrei

dettato da sproloquio questo dire

come vorrei non fosse e noi tuoi figli.

Ma come un brivido mi scuote nelle vene

un'antica potestà che riconosco

dal basso alla vertigine mi innalzo

diventa sogno il sonno, come tuono

si abbatte sulla notte

L'Aquila ferita tende le ali!

Tu regere imperio mundo Romane memento

 

CANTO DICIOTTESIMO IL PARTITO SCONFITTO

Triste nuova li ha colti stanno dentro

rabbia e impotenza si mescono al dolore

muti e parole non hanno ma i pensieri

si pongono sull'unico problema:

che fare ora? Uscire in campo aperto

a morte certa in eroismo sterile

o con equilibrismo in campo avverso

portarsi e porre a paravento delazioni?

Troppo scoperti non sono, essi potrebbero

con giri di parole camuffare

ciò che poi non difesero aspramente

oppure andare, fuggire nella notte

proprio la prima notte di vittoria

quando ancor ebbri della loro gloria

non curano e non cercano avversari?

e poi che fare? Organizzare fuori

un'improbabile lotta senza scampo

o muti ricrearsi un'altra vita?

(altri l'hanno già fatto, non sarebbe

cosa di cui doversi vergognare

o almeno non da soli) ma demordere

così pavidamente dopo tanta

giovinezza passata nella lotta?

o farsi setta, esistono gli esempi

e mettersi in disparte e sotto sotto

lavorare, riprendere la lotta

facendo finta di essere aderenti

Organizzarsi occorre, c'è qualcuno

tra noi, sicuramente egli è dei nostri

e ha molto lavorato ma nell'ombra

nessuno li conosce tranne noi

saputo hanno essi accortamente

celare la doppiezza della trama

ma dei nostri sono sì sicuramente

il loro incarico era questo e l'hanno assolto

Potrebbero costoro intrufolarsi

tra le fila di quelli che hanno vinto

e capaci ne sono ne siam certi

e poi giunti al sommo del potere

-é un disegno lungo, si capisce-

dare una svolta che colga di sorpresa

e noi preparati e pronti a tutto

subito affiancarli e riportare

le cose come noi le volevamo

Noi stessi lo capiamo, è un progetto

che corre molti rischi, primo fra tutti

che non riesca e se poi riuscisse

sarebbero fedeli al patto preso?

Oppur fuggire andare nella notte

anche se non s'addice al nostro motto

Allo sbaraglio e che la Morte chiuda

se è da chiudere lo spiraglio aperto!

 

CANTO DICIANNOVESIMO DELENDA CARTAGO

Non nuovo questo, eppure si ripete. Delenda Cartago; ma Cartagine sfugge e il nostro sangue che scorre, nell'una e nell'altra vena. Si apra il tempio del Bifronte per quest'ultima battaglia ai confini del mondo, là dove il mondo finisce e ricomincia, in questa lotta che vedrà soccombere

entrambi i contendenti, noi, vecchi di parole, vecchi di ordine e giustizia, flaccide mani e atrofia di mente, sono fuggiti i figli dalle loro case ed ora, ecco, sono pronti a battaglia, ecco, ogni fibra è tesa

--Uomini, combattenti per la Libertà

è questo il giorno dove tutto cambia

in quest'ora che freme nell'attesa

voi, giudici del destino, maglio che tutto spezza

a voi le armi, a voi combattere

a voi strappare i labari nemici

Uomini, fortunati mortali cui lottare

per la Libertà è vanto e fortuna

voi, eletti da Dio, braccio della giustizia

saldo vi sia il cuore nella lotta:

il sole non scorrerà questo giorno

senza che venga cancellato il passato

Uomini, là è il nemico e già trema a vedervi

e già si scuote e paura lo accerchia

a voi il colpo finale a voi

la storia, in voi il mondo nuovo!

Padre, un figlio ha già parlato e l'altro vi si accinge, quale sventura si abbatte su noi, nessuno li ferma, o con l'uno o con l'altro sono tutti schierati

Soldati, eroi di mille battaglie

è questa l'ultima lotta

voi che avete combattuto in ogni terra

voi che avete portato il nuovo ordine

ora l'ultimo scontro vi attende

Siamo ferme le gambe e non vi tremi il cuore

inseguiteli, distruggeteli, non date loro scampo

Dio è con noi , con noi la sorte

nulla potrà fermare il nostro passo

E' giunta l'ora: ecco la Storia attende

il suo nuovo padrone, a voi l'onore

a voi calpestare il vecchio ordine

Costruttori del mondo, al vostro cospetto

trema il passato, impazzisce l'avvenire

orsù, dunque, pronti a battaglia

questo è l'ultimo giorno di barbarie

Combattenti per la pace il nuovo giorno

è già vostro, a voi il mondo nuovo!

Padre, già i brandi cozzano, già il primo sangue scorre....

 

CANTO VENTESIMO LA STORIA

C'è altro da fare? chiese allora. Il tempo stringe e io non voglio allungarlo, voglio lasciarti l'inizio del discorso: ora intingo la penna nella melma........

Ora intingo la penna nella melma per raccontare i miserabili uomini e le miserabili vicende che annullarono le nostre menti e ci condussero a chiederci, nell'ultimo barlume di coscienza, con uno strappo che non potremo risanare, urlando:" Io sono" disperati tra il vagito e il rantolo, quale Crudeltà avrebbe potuto fare queste cose pur sapendole. Come l'inganno, la falsità, la meschinità la facessero da padroni su tutti, come forze esterne, quasi dei mitologici, parteggiassero per i malvagi, vanificando gli sforzi di quei pochi che si illusero di lottare per la giustizia, come per colpa di uomini corrotti, molti piangessero, come abili manovratori illudessero di straripanti cambiamenti, bilanciando consenso e dissenso, ché mai tali cose avrebbero potuto essere pensate eppure fecero! Tutte queste cose sono inferte nel nostro corpo e nel nostro spirito, questo verrà definito, e verrà definito come nessun potere sia tollerabile da alcuna logica , e annulla l'uomo, e che nulla può equivalere quell'utopia meravigliosa che richiede uomini che siano supremi dei. Misera l'ignoranza e miserrima la cultura che non svelino la vanità dell'umano agire; misero ogni sistema che, come ogni sistema, con le sue regole e le sue leggi offende l'intelligenza dell'uomo. Ma debbo chiedermi se l'uomo sia intelligenza o non sia che un impasto di meschinità e di opportunismo, debbo chiedermi se l'inferno non sia la terra.

E ancora una domanda, se veramente sia infinita la ripetitiva idiozia dell'umano agire.

Queste cose saranno esaminate; e anch'io sono colpevole!

 

CANTO VENTUNESIMO I SOPRAVVISSUTI

Più nessuno. Ora più nessuno. il ricordo non faglia e ne abbiamo paura.: Eppure noi non facemmo parte del loro mondo; io vivevo in una grotta, tu vivevi consacrata agli dei e nulla a noi giungeva dei clamori del mondo. Ora noi a decidere le sorti della specie umana. Tutto ci sembra giusto, poi sbagliato, poi giusto, poi nuovamente sbagliato. Perché non perimmo anche noi? Perché quest'immane sventura si è schiantata sulle nostre spalle? Ed ora ecco quest'angoscia malvagia che ci assale e ci strappa al nostro silenzio. Quale la giusta, quale l'errata

decisione? E' saldo il nostro seme o sottilmente si è insinuato in esso l'atavica ingiuria? Che fare?

Quale decisione prendere? O dei perché non ci svelate i vostri piani? Perché non vi svelate a noi e ci mostrate il vostro disegno?

Ma voi non parlate, voi lasciate a noi ogni decisione. E se noi fagliassimo, se noi non rispondessimo ai vostri piani?

 

RONDO'

Ricompongo la frase:

potrò dimenticare? Potrò rinascere?

I corridoi, i cunicoli, le stanze

le stanze dell'addio, le stanze dell'incontro

gli incerti androni della frenesia.......

 

In fede , in malafede , nel superamento

Nessuno, il mio nome. Nessuno.

 

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NIUIORKESE

 

OUVERTURE

E forse si potrà ancora

se ci saranno propizi

scorrere qualche pagina del Libro

già la luce è fioca alle candele

e come una improvvisa sospensione

si impossessa di me, dal silenzio

si alzano le voci, i volti appaiono

ai margini del foglio

è un'immagine chiara che si smorza

la pupilla la imprime: è questa l'ora:

la notte mi trasporta nei suoi vicoli.....

 

CANTO PRIMO APRILE E' IL MESE PIU' CRUDELE

Raccogli le tue lacrime, c'è il sole;

nella stagione che sta tra il bianco e il rosa

e il prato è verde e il cielo, si confonde

tra grigio e azzurro, tempo è che tu esca

forse per te ,forse non per te

fu scritto, l'inganno fu nel credere

a una vita trasmessa, a figliolanza

che s'affina nel tempo. E si trasmise

il verbo e cesellato il verso

una o più pietre aggiunte alla piramide

troppo larga la base oppure inganno

vorrebbero i tracciati confluire:

questa è la prima via

il Padre e ognuno col suo carico di verbo

gli fece petto, ed ecco il Figlio

che lottò e resistette e si trasmise il verbo

ed ecco il Figlio che gli impose la Legge

ed il Verbo proruppe ed ecco il Figlio

che la stravolse e infine

non secondo la mia ma per la tua

sia fatto e il verbo trasmigrò

ed ecco il figlio

che l'adattò e la impose ad altri figli

e ognuno col suo carico di verbo

Seguiamo un'altra traccia, cerchiamo

se c'è chi tenda ad una congiunzione

chi avanza è un cieco: lotte e sventure

sono il suo canto, chiude il mondo in un cerchio

è questo il verbo; ma ecco il figlio

che un canto nuovo canta , altero e lindo

tutto è travolto e giunge il figlio

che il verbo ascende dalla base all'apice

e nel suo nome il nome, e giunge il figlio

che scombina la frase, non c'è nesso

e altri figli, chi con grazia chi duro

scombinano il canto e ancora un cieco

nell'occaso se stesso, che si ripete,

confluisce o diverge?

La terza traccia è il mondo

Eugenio che ama la moglie e la soccorre

Osvaldo che è stanco di me e mi sopporta

e Billy e Pino e Alessandro

con le loro famiglie ed i problemi

Questa è la terra che ti è stata data

e quì ha i suoi confini la memoria

teso tra luce e buio al chiaroscuro

costruisci e distruggi e non sai niente

oltre i tuoi occhi. Potremo noi, potremo noi

non amare, non credere, non temere

e non così lacerati, non così; potremo noi

giungere al punto dove il prima e il dopo

non lacerino la mente, dove il presente

non ci smembri il corpo? E allora

senza domande, accettando,

senza domande , accettando,

perché questa è la domanda: potrà l'uomo

vivere senza Dio? Perché non spero

quando il bisogno non sarà la morsa

quando tutto sarà chiaro e tutto superato

potrà l'uomo vivere senza Dio?

Signora, voi mi appariste e ignoro

il vostro nome; la vostra grazia

mi ha colto, di bianco e rosa

trascorsa è la stagione

eppure in voi non v'è stanchezza

nulla vi turba, sembra non vi appartengano

gli affanni; invero, credo,

che molti affanni viveste

Signora della voce e del silenzio

Signora del gesto e del pensiero

mentre vi guardo e si sospende il tempo

e non so se una lacrima improvvisa

brilli nell'occhio di pietà o se invece

è il lampo che precede la condanna

pietà di me e del fasullo orgoglio

che permea ogni mio dire e mi fa credere

che il mio pensiero possa rischiarare

pietà e grazia ché io non sia travolto

da questa notte e brancoli struggendo

il vostro nome, e il volto , e gli occhi vostri

perché è nel figlio che si ribella al padre

il figlio che peccò e poi ritorna

che noi siamo e quindi nel suo nome

è il nome nostro e ogni nostro agire

La barca scivolava lungo il fiume

il cane la guardava, molto strano

che risalisse il corso, senza remi;

non abbaiò, scodinzolò e rimase.

 

CANTO SECONDO I DUBBI

In questa notte che non è notte ma soltanto buio

buio che penétra l'anima e l'angoscia

questa notte che è buio e soltanto buio

e io cammino ma non vedo i miei passi

non c'è parola che indichi la strada

e io non posso, malgrado tutto non posso

credere uno, essere uno, amare uno.

Il dubbio chiede un segno e ne ha timore;

in questa notte in cui vedo me stesso

contorcersi e spasimare per un volto

beato chi non ebbe e chi non chiese

beata sia la tua parola

che le mie orecchie non possono sentire

Per tutto quello che amai e non ottenni

per il tuo volto che è vago e io ne sogno

e mi vendo, in ogni istante mi vendo

per un sorriso che non mi rallegra

beate siano le orecchie

che possono contraccambiare ad altre orecchie

beata sia la voce che alla voce

risponde intonando un canto unanime

Ho freddo ghiaccio e angoscia e fuggitive

sono le frasi del discorso e la memoria

rincorre la memoria e come tratto

come se tratto dalle proprie membra

un urlo insegue l'infinito

e i nomi cedono all'oblio

e i fatti sono solo sensazioni

 

CANTO TERZO AIACE

Se non puoi con la mente usa la spada

se non puoi con la spada usa la mente

in qualche modo, in qualche modo un nesso

vuole l'inferno, perché non è tuo questo

non tuoi i risvegli, non tue le notti

tra lupanari e basiliche

Strappa da te ogni cosa

o costruisci eserciti di ferro

di duro ferro fà che sia la spada

accanto accanto l'astuzia, eserciti costruisci

che affrontino la notte e non paventino

la luce e il campo aperto

dei raggiri sii amico

pronti i tuoi clamori a mostrare un esercito

di duro ferro fà che sia la spada

elastica la mente e già allo scatto

ciò che rubasti ciò che ti fu dato

duramente difendi e per quell'altro assali

che non è tuo e che tu non vuoi avere

per quello che vorresti e non è tuo

per ciò che non puoi avere ma vorresti

per queste cose sia fermo il tuo braccio

per tutto ciò escogita la mente

Poi, stanco di battaglie il sole cala

di duro ferro la spada ha l'elsa in terra

.......han già pagato le onoranze funebri.

 

CANTO QUARTO GLI DEI

Avresti mai pensato

questa atroce ecatombe degli dei

e la fuga del tempo e la catastrofe

So di un sogno sognato che sviluppa

un ordito nel buio della notte

come una calda morte che ci prende

e nell'attesa sfumano le immagini:

il primo intreccio è un uomo

avanzato negli anni ma aitante

c'è una giovane donna e un'afosa

notte d'agosto, e poi stanze,

le infinite stanze

in cui raccolsi me stesso e i ritmati

passi che attraversano lo spazio

tra quella notte e questo

giorno che passa dietro le persiane

altri fili si intrecciano come trame

di un disegno che non conosce soste

L'uomo si addormenta , è stanco,

ha lavorato tutto il giorno

un altro giorno lo attende e il frutto delle mani

si mischierà al frutto della mente

nel suo sogno non c'è incertezza

le immagini gli scorrono e un sorriso

gli si forma sul volto; la donna trema

era necessario? era proprio necessario

questo? L'uomo sogna,

non ha missioni particolari se non quella

di evitare di conoscersi; la donna trema

insonne si chiede perché ha ceduto

poteva rifiutare, perché ha ceduto?

 

CANTO QUINTO IL METRO

Io fui quell'altro che in quest'ora siede

non so in quali luoghi, il suo cisposo

sguardo si muove tra utopie e parvenze

il computo degli anni l'ha sedotto

fu giovane e bambino, valuta il metro

del compenso degli atti, ama e ripugna

di lui non chiedo, ma ecco già lo vedo

che si interroga e pensa; io come lui

non ho altra misura che il mio corpo

 

CANTO SESTO DELL'ARTE

Ricordati che fugge! E' già fuggita,

più che vento svanì, ci stupì

la vita

acre lotta fu il tempo e si contrasse

in quest'uno noi siamo, in questo cielo

che è la somma di tutti

i cieli, in queste parole

che sono la somma di tutte le parole

degli infiniti

addii

tutti presenti

degli incontri, di tutte le notti insonni

e dei giorni, tutti presenti quì

nel confluire d'ogni minimo spazio

nel confluire d'ogni minuscolo tempo

Non è perduto il senso dei tuoi giorni

se ancora cogli un nesso tra le cose

Fosti tu che combattesti alle Termopili

o tu fuggiasco per i lidi Italici

costruisti un mito che nessuno

potrà mai spegnere. In questo sei:

Ti sia consolatore solo il verso

in cui fai confluire spazio e tempo

 

CANTO SETTIMO IL DOMINO

Perché così vorrei

che stessimo a parlare del dolore

e ci cogliesse il giorno e gli occhi stanchi

e non so quale stagione

ma gli occhi ci si chiudono e vorremmo

già salutarci e chiudere il discorso

ma ognuno di noi due continua ad aggiungere

tessera a tessera al domino ed è notte

ed è rauca la voce ma continua

il biascichìo di parole e la stanchezza

e si fanno discorsi paradossi;

impertinenti tra cielo e terra

la luna bianca e la nebbia e camminiamo

sopra l'erba del colle

e questo cielo non è nostro

e non è nostra questa parvenza

ma le parole mentono la sorte

e noi aggiungiamo, togliamo, analizziamo

e ripetiamo in eco

così vorrei finisse

che si chiudesse il cerchio

che si perdesse il senso

 

CANTO OTTAVO LA SERA

Non so se questa sera fu vissuta

se io la vissi o la vissero altri

se fu preda di ingenui o di scaltri

o in un angolo del tempo andò perduta

E' un'arcana vicenda che si snoda

in mille sillabari ed accomuna

l'ultimo canto e la prima parola

il pugnale la sconfitta e la vittoria

Rivive in me un ricordo e mi si sfuma

in vicoli distorti o in altre sere

dove fui il Dio il Ribelle o la Fortuna

non mi fu amica o non seppi tacere

di un odio o di un amore o la paura

mi attanagliò tra volere e non volere

 

CANTO NONO IL SAGGIO

Ode un rumore il Saggio nella notte

il mondo dorme, a quest'ora è stanco

di traffici e passioni

il Saggio tende l'orecchio e si angoscia

odia l'insonnia che lo tiene sveglio

una febbre l'ha preso: le due tesi si accoppiano;

l'orrendo segreto di Dio gli si è svelato!

 

CANTO DECIMO O MEMORIA, MAI PIU' TU TORNERAI

Ah le inquiete signore nella sera

quando la strada si spopola e i fanali

si accendono su noccioline e vuoti a perdere

le ragazze hanno riposto i loro amori

nei panini del bar ora si appressano

al locale di ballo ove nel giorno

fu frenesia di mani ad intrecciarsi

Le signore davanti agli specchi

hanno il cuore spaccato, qualche ruga

nascosta con il rimmel, ora attendono

che il campanello squilli, il nuovo amore

ha gli occhi di un ragazzo e labbra dolci

ricoperto di ambra e di profumi

il giovane corpo sguscerà tra quelle braccia

stanche di corpi flaccidi, già le membra

hanno scosse di vita, un turbinìo le avvolge

La fantasia le eccita e distrugge

mentre sbirciano la strada, che ora è vuota

 

CANTO UNDICESIMO ALESSANDRO E NOI

Ed è un catalogo di errori e di speranze

non mantenute dal corso del destino

ed ora ecco una nuova battaglia incombe

e noi quest'altra volta in prima fila

pronti ad offrire al nemico il nostro corpo

per la gloria Macedone, dietro noi la falange

muro di eroi per costruire il fato

noi quì, col petto esposto ai dardi degli arcieri

Cosa sarà di noi non lo sappiamo

se fu la sorte avversa o l'inettitudine nostra

di certo c'è che ansanti camminiamo

verso i carri nemici, la sorte già segnata;

ma nelle orecchie ci ronza una domanda:

se anche noi col solo nostro corpo

costruiamo il destino di Alessandro

come fa la falange o se invece

non siamo che granelli di un destino

che di noi non fa conto; ma già le falci

dei carri avversi luccicano nel sole

c'è già chi cade colpito dagli arcieri

Per chi non sa costruire la sua sorte

non c'è che subire la sorte già segnata.

 

CANTO DODICESIMO GLI EVENTI

I morti si dimenticano in fretta

non c'è tempo bisogna costruire

bisogna costruire, non c'è tempo

si dimenticano in fretta tutti i morti

non c'è caso per niente, non si fa

caso a niente, nulla per nulla

Mia dolcissima , my dear

questa è l'ultima primavera

che passo fra voi, anche se lontano

è proprio l'ultima, sento un malincuore

che mi permea ogni senso,

alberi fioriti e strani flashes- back

mentre sto al sole e ti penso e penso

I ramarri i cinguettii o l'epopea eroica

d'un generale caduto in un agguato

e noi vigliacchi e lune che inondano

è proprio l'ultima, non importa niente

dirò " non ho ucciso, ho pianto per gli uccisi,

in tanti modi uccisi, chi per vizio

di forma, chi in agguato

chi petto a petto chi da sé

caduto, chi, invece, con i sensi

tappati e al mondo ostile

Ma non ci saranno domande

e non dovrai dare spiegazioni

ciò che è fatto, ciò che sarà fatto

non ci sono giudizi, l'ha avuta vinta

chi qui ha vinto;

e queste marine, questo scroscìo d'onde

che tanto ti incanta e pensi al tempo e dici

raccoglierò i suoi frutti......

lascia che cadano, lascia che al suolo marciscano

o li raccolga un altro

non sarà caso e tu non fare caso

a questo giorno che passa fra le opposte

fazioni del tuo cuore e sii più forte

"Ah i fedifraghi sogni come ci hanno ingannato

come insinuanti erano che dolcezze

mostravano alla mente se prostrato

il corpo non gustava più le ebbrezze"

Così cantava e non andava oltre

ah vate sibillino e misterioso

ma, d'altra parte, che bellezza c'era

se avessimo capito tutto quanto

se avessimo ballato questo tango

mezzo argentino e mezzo siciliano

di coltello e bolas e lupara

Sapessi quante volte s'è squarciato

il giorno, e quante mosche hanno ronzato

sul mio povero corpo e quante volte

fermo allo zenith, bruciava la vallata

il sole, e l'odore di paglia era il mio letto.

Il nostro letto è vuoto, vuota la stanza

che ci vide amanti; dove sei ora?

mentre ti penso e scivola la notte

su sacchi di immondizia e farà giorno

e differenza è solo nel colore

che assumono le cose, non fa nulla,

il conto non è stato mai tenuto.

Non c'è nulla, my dear, non c'è nulla;

nessun riscatto, per nessuna vita!

 

CANTO TREDICESIMO IL FUOCO

Infine bruci!

Bruci Alessandria la perduta notte

che rimbomba nell'angolo distorto

del labirinto, là ove la trama

tesse il ragno agli inetti; se posticci

nascondano fattezze di bellezza

bruci la fiamma; ché se nel deserto

se c'è goccia di acqua nasce vita

come l'erba che se non passa l'uomo

ricopre ogni vestigia, non restasse

né cenere o ricordo, nascerebbero

dal nulla intatti e sia lode al dio

che dalla cenere rinnova la parola

ogni parola che quì giace cenere

ridarà forma all'uomo che l'ha fatta!!

Infine bruci!

Bruci la Legge sotto ogni forma

in cui nasconde il potere, ché la Legge

è retta dal sopruso vincitore.

Si accoppiano tra loro e si snaturano

né ibridi né mostri solamente

incerte forme che opprimono la vita.

Roma bruci la fiamma e con lei arda

ogni giudizio e venga cancellata

la sua sentenza, ché se non restasse

né cenere o ricordo nascerebbero

dal nulla intatti e sia lode al dio

in cui tutto rinasce in cui la spada

riuccide lo sconfitto e si perpetua

eterno l'urlo di vinti e vincitori

Infine bruci!

Babele venga colta dalle fiamme

i suoi intrecci inumani le sue luci

che fendono il buio e lo stravolgono

là che ove sgorghi

un intelletto puro che s'imponga

non gli sia ostacolo l'accordo tra i minori

per questi non c'è dio che l'assecondi

ma se non restasse

né cenere o ricordo nascerebbe

dal nulla intatto e sia lode al dio

che ancora una volta fa incontrare

gli esseri tra di loro

quali biglie

di una carambola infinita ove la vita

di ognuno è intersecata dalle altre

Tutto ciò bruci e rinasca

dal fuoco che purifica la terra!!!!

 

CANTO QUATTORDICESIMO TRA SPAZIO E TEMPO

Così io morirò!

poco m'importa , se non conobbi la luce

poco m'importa, se non conobbi amore

oh il dolore conosco

da me non lo distinguo

e mi dura e mi pesa

l'ieri, l'oggi, il domani

prigioniero di me la corda vibra

sulla stessa nota: non si esce dal tempo

non sei che nello spazio, sei uno e gli altri

I punti si scompongono, stanchi gli occhi

di decifrare, la linea si interrompe

Battuto in spazio e tempo questo temo

che esista cosa che non abbia fine.

 

CANTO QUINDICESIMO LISANIA

Era dunque Lisania il termine dei tuoi anni; era dunque lei ciò che non chiedesti e non soffristi?

Sii felice e si concluda il canto, se tratto fosti a viva forza dalla perdizione, se lei, unica al mondo di quanto il mondo produce, volle essere tua senza che tu chiedessi. Hai Lisania, non conta arrovellarsi. Lei è il tuo Mito diventato Essenza, il tutto non fu che una lunga preparazione a lei; ora , purificato, puoi attendere ai tuoi giorni. E' Lei Lisania che nessuno ebbe e ora è tua; quale gioia sapere che le infinite vicende non erano che Lei, che veramente non fu vano il Sogno.

Chiudi il tuo canto, ora è tempo di silenzio e gioia.

 

CANTO SEDICESIMO BERLIOZ

Precipitato! Come da un abisso!

precipitato! la lunga ala nera

della notte, l'oblunga menzogna.

C'è una storia che si snoda tra vicende

di vicoli e delitti e c'è n'è un'altra

di morte e amore e un'altra di dolore

l'olio è versato, su questa Prospettiva

la gente è indecifrabile, fa male

fa male a non fidarsi, professore.

Su due piani di logica supponga

si svolga la vicenda: questo è il tema

non è il giorno inattivo che è perduto

ma una notte di sonno senza sogno,

tema solo le notti in cui non dorme

il rigirarsi, tema, sul suo letto

Ci sono notti di insonnia in cui ritorna

come dente di cane quella notte

e io passivo la vedo sfilare

la morte umana e la musica sul ventre

le rose le orchidee e la risacca;

si confondono i tempi nella mente

il cavallo muove già sulla scacchiera

ci sarà pianto e dolore ma non tema

sul logoro terreno devastato

la madre riconosce il proprio figlio,

poi non così!

Ciò che lei crede vero non è esatto

c'è come un velo tra gli occhi e la mente

comunque vada, l'olio è già versato

addio, addio, o arrivederci a presto

Sette paia di scarpe ho consumato

sette fiasche di lacrime ho colmato

il gallo canta e non ti vuoi...............

Non c'è risveglio, è la lunga notte

che stende le sue ali sui tuoi occhi

la luce che t'abbaglia non è luce

ciò che i tuoi occhi vedono è fallace

Sino a me sono giunti i tuoi clamori

Babilonia la Grande, a me lontano

giunge la puzza del tuo sterco e tremo

dei segni ridi, ti fai beffa di tutto

chi ti richiama in realtà è tuo complice

e non c'è spada che possa sottometterti.

Oh, è ancora qui? Mi scusi , Professore;

ma faccia presto Annuska ha già versato

il poco olio che aveva, sù, coraggio

addio ,addio, o arrivederci a presto

Quello che avvenne dopo è raccontato

in libri chiusi da sette sigilli

non ne ebbi la chiave intuii solo

di essere l'estensore di un racconto

di cui non seppi né fine né principio

Tra due notti di pace, il giorno atroce.

 

CANTO DICIASSETTESIMO IL LIBRO NERO

Se scorrendo le immagini del tempo, ti restasse un ricordo che non faglia, quasi che esso fosse l'unica cosa , che resiste sporgendo dalla rupe, e l'onda sotto incessante si ritrae e ritorna d'un colore bianco, che è lo stesso colore della Luna, pensando che questo mare e questa rupe, videro altre notti in cui disteso, su di essi stette un viaggiatore, e pomeriggi estivi di un tepore

cui nulla è paragone, e si visse, allora, sì si visse, credendo in qualche cosa che si è sfaldato, come la stessa roccia che calpesti, e ad occidente si stendeva il mare e verso oriente il mare, e mare a nord e a sud , e tu eri il centro dell'esistente, là dove la vita non appariva, ma tutto era vivo e pulsava, di un tremore che si imprime sul volto............

" No problem, Mister Durrel, può darsi solo che rimanga l'immagine di copertina oppure solo "scritto in casa di......" no problem; che vuole, di questi tempi tutto è così sfasato"" Secondo me la figura fondamentale è il cane" "In che senso?" " Beh, sì, insomma il fatto che muoia proprio in quel momento significa che si è chiusa una disgressione che, insomma, tutto stava a significare che era il depositario del concetto e lo vedeva realizzato" "Quale concetto?"" Voglio dire il concetto di unità, cioè che tutto tende a prendere il corso naturale, che il mito diceva questo, che tutto dopo tornerà normale" "Svelti, per favore, si chiude!" "Lei mi ha tolto la parola" "M'avrà imbeccato!"" No, no, finisco di bere" "Svelti , per favore, si chiude!"" Ah, questi locali, quella volta che ti capita un bel discorso; beh, allora, good night; a proposito, What's your name?"

"My name is Life!" "Incantato" "mi avevano parlato di lei ""Qualcosa di lei mi era giunto alle orecchie" "Ah, sì, Mario, quello strano dramma" "Lei era presente? ""Avrei voluto partecipare, ma l'Autore non è riuscito a trovare un posto per me" "Svelti, per favore, si chiude!"" Non si dolga, sarà stato da qualche parte a lei più congeniale" "Lei dice? Sarà!. Beh, buona notte , allora" "Good Morning, amico mio, non vede che è già l'alba!?" "Ah, già, Good Morning, allora"

 

RONDO' IL FINITO

Quest'oggi, penso, aspetterò il tramonto

in quest'angolo di mondo dove il deserto

è deserto e non sorgono ombre

che invitino a pensieri paradossi.

Quì è per noi, quì la rosa è rosa

e non sfaccetta immagini infinite

e la moneta ha identico il rovescio

e senza effigi e l'orizzonte è chiuso da montagne

che delimitano il mondo

Questo ci basta e questo ci solleva

qui si placano le ansie, si fa certo il destino

nelle mani si chiude l'Universo.

 

Nessuno, il mio nome? Nessuno

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1989.

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